giovedì 20 aprile 2017

L'ombra del bonsai (4-III)


Sospetti
l'ombra del bonsai
4



 Profumo di cartapesta



III



Quel fetore, in verità, lo sentiva solo lei. La gente avvertiva la scia inebriante, una sinfonia  di profumi: Chanel, Shiseido, Guerlàn, Dior, Lancôme, Balenciaga … ogni giorno diversi, che si trascinava dietro. A tutti, uomini e donne, veniva d’annusare. Tutti al bar, dal droghiere, dal macellaio o dal fruttivendolo, ammiccavano. Cominciarono a scommettere su quale fosse l’essenza del giorno. Alcuni anche sull’età dei suoi misteriosi amanti. Secondo i più maliziosi, infatti, il profumo lei lo  sceglieva in base all’età dei drudi.  Nessuno però sapeva niente dei suoi ganzi, sostenevano però che fosse "innamorata pazza", da come guardava nel vuoto.
Quando passava, esaltata dai tacchi alzati a undici centimetri, con mossa  da tutti intesa maliarda, si portava una ciocca di capelli sul mento, proprio sotto il naso. ed emetteva un seducente sospiro. Roba da mozzare il fiato o un dito, dipendeva dall'esercizio!
Non sapevano, gli incantati tutti, che s’era convinta che la colpa fosse dei capelli: “Conservano anche l’odore del ragù! Basta sentire quelli della Rina”.
Appena la videro coi capelli cortissimi, l’ultimo disperato tentativo di liberarsi del fetore rancido, l’ironia cialtrona sessista e maligna dei bottegai toccò il culmine. “Ma allora, l’è lesbica!” , commentò Beppe, tra rabbia e delusione.  Il salumiere, una mattina, s'era tanto attizzato da tagliarsi un dito mentre affettava il prosciutto.
Prese a trascurare la bottega che le dava affanno. Passava le giornate su una panchina di Piazza Guido Monaco, quella davanti alle rose canine. Il suo sguardo assente non prometteva niente di buono. 

Le voci corrono, lo si sa: fanno presto a far chilometri. Cesira e Amneris, le due cugine bottegaie a Laterina che volevano andare a vivere ad Arezzo, a metà agosto, mosse da compassione, s'erano prese "cura amorevole" della bella vedova. Visto l'appartamento e la bottega, ci misero solo tre settimane ad accompagnarla in treno, ma a forza di botte, "a' tetti rossi". Così veniva chiamata la cittadella de' grulli  vicino alla Stazione di Campo di Marte a Firenze. 


Esser messi a' tetti rossi, ovvero venir rinchiusi tra i "matti" di San Salvi, significava dire addio al mondo di fuori. Ma a lei non dispiaceva stare per ore a spiluccare un grappolo d'uva spina e sfogliar margherite nel grande giardino interno ai padiglioni.
FINE

 

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