sabato 8 marzo 2014

Riflessioni sul noir (IV)


NOIR: dai romanzi ai film
Lo vogliamo considerare un aggettivo per tutte le stagioni
o è bene fare qualche distinzione?
Riflessioni semiserie.




Parte IV

Noir e post-noir

Noir
Ormai, dopo tante rigorose, “scientifiche” e pedanti classificazioni tassonomiche, il noir è tenuto distinto o addirittura contrapposto al giallo. Tra l'altro, secondo gli esperti di marketing, sembra che abbia più attrattività del giallo! Il noir è stato anche storicizzato! Rappresenta l'altra faccia (quella oscura) della storia di un crimine, vista dalla parte del criminale o dalla parte di chi, border line, vi è coinvolto per mestiere: il detective. A volte quella, non ingenua (se no si vira sul thriller), di chi vi è coinvolto senza volerlo, anzi cercava di starne lontano.
Nelle storie noir, in genere, c’è molta suspense e manca la consolatoria e razionalizzante soluzione finale del mistero con conseguente cattura del colpevole, caratteristica del giallo classico.
Nel noir, diretto discendente (o fratello gemello) dell'hard-boiled americano, non ci sono storie enigmatiche, l'attenzione è invece posta sull'ambiente socio – economico in cui si svolgono le vicende criminali e sulla psicologia dei personaggi.
Il noir si differenzia dal giallo perché lo scopo della storia non è solamente raccontare e risolvere un crimine. Alla fine del romanzo il lettore deve riflettere, sulla base di ciò che ha letto, sulla realtà che gli sta intorno, deve analizzare il mondo che lo circonda in base alle informazioni che riesce a raccogliere dalla storia, in modo tale che la soluzione del crimine passi quasi in secondo piano.




Nel giallo classico (all'inglese) si dava per scontata l’esistenza di una certa società (vittoriana o post vittoriana) senza preoccuparsi troppo di analizzarla, l'obiettivo era la sua conservazione. Si osservi la cover sopra. La donna è elegante, sta in un palco di un teatro di lusso, non è certo appartenente alla working class! Il delitto era considerato destabilizzante e l'arresto del colpevole l'auspicato ritorno all'ordine.
Il noir tende ad avere un antieroe, con lati oscuri, come protagonista, al posto dell'eroe positivo e consolatorio del giallo. Questo e la differenza tra i finali li rende due generi diversi tra loro per quanto facilmente miscibili. Il finale del giallo classico è consolatorio, la soluzione del giallo riporta allo status quo, al ristabilimento dell'ordine. Il finale di un noir è poco consolatorio, a volte capita addirittura che non esista un finale o che non ci sia soluzione al romanzo. Il punto di vista della storia è l'altra differenza importante: il giallo è la storia raccontata dai buoni. Il noir è la storia raccontata dal punto di vista criminale.

E’ giunto il momento di parlare della rana bollita. Secondo illustri scienziati (possibile che si mettano sempre di mezzo!) se si prende una rana e la si mette in una pentola d’acqua a temperatura ambiente, quella ci resta a sguazzare tranquilla, anche se si accende il fuoco sotto il pentolone. Via, via che l’acqua si scalda la rana non avrà reazioni e finirà tranquillamente bollita. Se invece si getta una rana nell’acqua bollente quella salterà fuori all’istante e si salverà.



Nel noir ci sono spesso personaggi che fanno la fine della rana bollita. Il meccanismo della suspense è, a volte, incentrato sulla domanda che il lettore, tenuto consapevole e informato dall'autore, si pone "Se ne accorgerà?". In altre storie, dette estreme, per facilitare l'identificazione, il lettore è anche lui mantenuto inconsapevole.
Il professor Paolo Laurana personaggio principale del romanzo di Leonardo Sciascia A ciascuno il suo, è un esempio perfetto di inconsapevole rana bollita. Ricordiamo un breve brano: “Il maresciallo dettava tenendo in mano la lettera spiegata, e sulla lettera cadeva radente la luce della lampada. il professor Laurana, che aveva curiosità riguardo al rito e al linguaggio della denuncia, vide dal rovescio del foglio chiaramente emergere UNICUIQUE e poi …”



E’ il momento, quasi all’inizio del romanzo, in cui si mette, senza tentennamenti, da solo in pentola.
Invece gli investigatori privati, tipo Mike Hammer o Philip Marlowe, sono rane che riescono a saltare fuori dal contesto e a reagire. Sanno che l'acqua è bollente: ne sono già rimasti scottati. Se la cavano, a parte botte e ferite varie, con solo qualche livido (da curare con la classica bistecca del Montana) e altre scottature!




Nelle innumerevoli altre storie, ci sono molte originali eccezioni. Analisi anche sommarie di questo genere letterario ci fanno notare che si arricchisce continuamente di nuove sfumature: mutazioni dell'era post-industriale, fatta di soprusi e sopraffazioni, di stragi e misteri irrisolti, cambiamento della sensibilità degli autori che avvertono il bisogno (e la cercano) della verità: siano andati “più oltre”.

Post noir
Arriva così il post noir, ulteriore classificazione di cui, francamente, non si sentiva il bisogno. Ma quando un manifesto è firmato da tre nomi illustri (Montanari, Biondillo e Versani) bisogna per forza prenderlo in considerazione. L’hanno indicato come “il superamento, dall'interno, dei vincoli del genere letterario a favore della massima libertà nella scelta dei soggetti, sempre raccontando storie che rimangono avvincenti e dense di suspense”.
Raul Montanari, autore assimilato (da critici ridicolmente benevoli) a Duerremat, ma anche molto “boccaccesco” quindi capace di spaziare con mestiere nei vari generi, Gianni Biondillo (Per cosa si uccide, Guanda, ambientato a Quarto Oggiaro, estrema periferia nord della città di Milano, su cui si ripete) e Grazia Versani (Quo vadis baby? “Al cinema, dove dovrei andare!”).




La suspense rimane la caratteristica portante, il leitmotif. Meno male, non è solo un espediente narrativo, un effetto, un trucco da scrittore. La suspense, l’autore lo sa bene, se funziona diventa uno stato d'animo del lettore, lo stato d’animo del “mio” lettore. Un incantesimo (o stato d’ipnosi) che va rispettato, curato con devozione, mai interrotto, soprattutto mai abusato.
Non è solo una cosa che serve per far leggere un paio di pagine in più, è una sensazione procurata, uno stato di sospensione in cui è messo i1 lettore, quasi a volteggiare sopra il libro. E' una cosa che l’autore sta facendo a lui, al suo lettore, una cosa importante, che bisogna fare con cura e, appunto, senza abusarne, perché è una cosa sua. Questo comporta l'inserimento di altri tre concetti: la suspense per essere vera ed efficace deve essere preparata, non banale e a termine. Può però riprendere dopo una pausa, con altro ritmo, magari più incalzante, come un nuovo movimento in una sinfonia. Nei racconti o romanzi post noir la suspense assume caratteristiche ancora più sottili e penetranti, ma, mi dispiace per i tre firmatari del manifesto, già esisteva.

Nessun commento:

Posta un commento