giovedì 5 febbraio 2026

Serial TV (1-29)

 

Indagini seriali in TV
All'estero una serie infinita e
... non c'è solo Don Matteo!
(0-29)
 DARK WINDS
 

 
Vita dura di un detective tribale
 
Una serie televisiva che potrebbe definirsi noir, ma anche d’azione, se non fosse per i molti contenuti entnici e  psicologici. E' del 2022 ed è basata sulla serie di romanzi Leaphorn & Chee di Tony Hillerman. Robert Redford se n'è occupato e appare in una puntata per quattro secondi!
Confesso che quando andai a visitare la Monument Valley del popolo Navajo ne sapevo molto poco, Tex Willer (capo Aquila della Notte) era il mio unico punto di riferimento. Poi, anni dopo, scopro su Netflix questa serie gialla e imparo, sui Navajo, un sacco di cose.
La serie segue il duro lavoro di tre agenti della Polizia Tribale Navajo: il tenente Joe Leaphorn e i segenti Jim Chee e Bernadette Manuelito, nell'area della Monument Valley  negli USA degli anni ''60 e '70.
Joe è un tipo tosto, ostinato, tenace (un vero pellerossa indomito), ma anche dotato di attenzione ai particolari e con grande senso della detection... 
 
Jim e Bernadette lo coadiuvano. Pur essendo giovani hanno doti importanti e molta dedizione alla causa dei Navajo.
Serie divertente anche se un po' presuntuosa. 
 
Voto 7 1/2 (è un po' lenta!) 
 
 

mercoledì 4 febbraio 2026

Serial TV - (1-28)

 

Indagini seriali in TV
All'estero una serie infinita e
... non c'è solo Don Matteo!
(0-28)
 
Una famiglia ologramma utopico dell'America... ma fino ad un certo punto
 

 
La famiglia Reagan comprende un comandante della Polizia di New York (il padre), un detective della stessa (figlio), un agente (figlio), un comandante emerito (il nonno), un magistrato della Procura di New York (figlia), una moglie e tre adolescenti.
Il Comandante, veramente un uomo coi baffi, è moralmente elevato e dotato di raro pragmatismo. Il detective, indaga con veemenza,  fa il lavoro sporco (ha a che fare con delinquenti professionisti), ma prima che deroghi alle regole, qualcuno della famiglia lo rimette in carreggiata. L'agente, laureato in legge, ma con la vocazione del poliziotto di strada, risolve col buon senso casi molto complicati di relazioni interpersonali. La procuratrice è un bel volano di rispetto per la legge. Il veterano, o emerito, rappresenta la Vecchia America, vorrebbe prendere vie brevi ma alla fine si piega al rigore etico. Gli adolescenti sevono a insinuare piccoli dubbi su tutta la faccenda... 
 

 
La serie è di grande successo, mi risultano 293 puntate, ci vuole quasi un anno per vederle tutte. Devo dire che non annoiano, sono infatti quasi perfette per il montaggio e la scenografia. Meno per l'ideologia, soprattuo viste ora che non c'è piu' Obama! 
Confesso che all'inizio ho storto un pò il naso di fronte a quel buonismo "così poco americano", ma poi ci ho riflettuto e mi sono detto "Questa è l'America che vorremmo tutti: rigorosa, determinata e volta alla ricerca del bene!". Forse la serie, a suo tempo,  l'ha voluta Obama, ma ora con Trump avrebbe avuto dei problemi. E' terminata prima, chissà perché?
Ha un ritmo veloce e dinamico, ma fila via liscia e chiara. I tre problemi che di solito compongono la puntata (Un crimine, un cavillo legale, una crisi di coscienza), vengono risolti e non restano cose in sospeso, non ci sono buchi logici. In ogni caso (alla fine di ogni puntata) la famiglia si riunisce a tavola la domenica per il pranzo... lì si spiegano anche le più recondite motivazioni.
 
Voto: 8 +! 
 

martedì 2 dicembre 2025

Il Gufo Giallo 155

 

 


Il Gufo Giallo

recensioni di romanzi gialli

 

 

 


Dove si mangia la nebbia
De Bellis&Fiorillo
Piemme


Giudizio n 152


Al “Lector in Fabula” è vietato entrare!

In Lector in fabula, Umberto Eco analizzava il tema dell'interpretazione testuale come essenziale lavoro che è compito e costume  del lettore.  E’ assioma del saggio che il lettore non è mai ingenuo (nato ieri, altrimenti non saprebbe leggere)  e che cercherà sempre di mettere a frutto le sue esperienze di vita e le precedenti letture, il suo bagaglio esperienziale ed esistenziale, insomma! Il lettore si aspetta, nell’affrontare un romanzo (la fabula) una casistica di molto "non detto" e poco "già detto" che gli consenta una lettura particolare (la sua), insieme frutto della sua competenza e della "enciclopedia" di sensi epocali che cooperano per portare verso una direzione particolare di lettura.

Sono strenuo sostenitore di questa tesi e detesto le ridondanti descrizioni, sia dei personaggi che dell’ambiente. Ritengo che l’uso del non detto, faccia evitare il già detto. Si crea così uno spazio che il lettore può personalizzare, far suo, arricchendolo e rendendolo unico.

Ebbene, in questo romanzo mi sono subito scontrato con un eccesso di descrizioni dell’ aspetto dei personaggi, della loro gestualità,  degli ambienti… insomma tutto è talmente preciso che risulta impenetrabile: il lettore è costretto a restarne fuori.

Un esempio: "Era alto poco più di un metro e sessanta, un maglioncino a collo allto color senape sotto una giacca di lana marrone, pantaloni di velluto beige a coste, grandi occhiali spessi che coprivano il viso rubicondo dominato da un grosso naso a patata con qualche capillare rotto. Sotto il riporto biondiccio, c'era un uomo che senza dubbio  amava la birra..." Non credo che al lettore venga voglia di aggiungere il colore delle mutande! Lectori ingredi non licet!

Alla fine, il povero lettore, avrà anche letto un bel libro, ma non l’avrà fatto suo! Un bel danno!

Detto questo torniamo al libro, opear non trascurabile, ma, per onestà intellettuale, bisogna subito dire che De Bellis&Fiorillo, pur bravi e motivati, non sono paragonabili, neanche alla lontana, a Fruttero e Lucentini, che io, con infinita stima, amo chiamare La Premiata Ditta!

So che i due hanno scritto, e pubblicato, tre romanzi e forse il primo (questo si è involuto, chissà perché!) è già più leggero. Se qualcuno me lo presterà per un giorno darò un’occhiata alle prime cinque pagine (sono sufficienti per un giudizio sullo stile!), non lo leggerò, già è stato faticoso affrontare questo, e mi risulta meno quotato. Non sono un martire!

 

Vediamo insieme pregi e difetti (sì, perché come  afferma Osgood Fielding III a chiusura del film A qualcuno piace caldo:“Nobody is perfect!”)

Pregi:

La protagonista, Alida Savich(*): originale e credibile

La trama: solida

Difetti:

La Proceduralità dell’indagine: dettagliata e, come già detto appesantita, da un eccesso di particolari, di movimenti, di cose fatte. Se si cuoce una pasta non c’è bisogno di descriverne il modo di cucinarla, tipo ricetta Giallo Zafferano!

La protagonista, Alida Savich(*): studiata a tavolino con professionale accuratezza, da risultare tanto realistica da rendere credibile il nomignolo “mostrino”. “Nomen Omen” dicevano i latini… No, non è simpatica.

La mancanza di ironia: tutto è troppo serioso… perfetto sempre, ma a volte palloso. Soprattutto quando, per bocca dei personaggi, si esprimono pareri sulla realtà.

I dialoghi: un tentativo fallito di caratterizzare i personaggi (troppi). Prolissi e inefficaci. Non utili ai fini dell'indagine. Malignità: sembrano predisposti per una sceneggiatura! 

La lunghezza: eccessiva! 

 

Voto ***/5 Potrà piacere a molti, ed è sicuramente un lavoro di pregio. Se il duo troverà un editor autorevole nell'imporre la giusta elisione ("Tagliate!"), potrà fare di meglio.

(*) Da qualche anno, in contrapposizione con i detective del giallo classico (superintelligenti, sagaci, con un passato rimarchevole,  solidi nel carattere e di cultura elevata) sono di moda detective sì intelligenti e sagaci, ma con un passato problematico e molta instabilità psicofisica. Esempi: Willander, Schiavone, Petra, e quasi tutti gli altri. Alida Savich mi sembra sia  stata costruita a tavolino, dopo attento progetto e circostanziata ricerca, prendendo le tessere meno usate del puzzle, ma... pur potendo selezionare e scartare li hanno usati tutti! Viene il sospetto che presto la vedremo in TV...

Il Gufo Giallo 154

 

 


Il Gufo Giallo

recensioni di romanzi gialli



 Sotto mentite spoglie
Antonio Manzini
Sellerio

 

Giudizio n 151

Ma si può: da 40-60 a 20-80!

Quando uno scrittore scrive per la TV (una produzione fiction in più puntate dai suoi romanzi)  ha ormai venduto l'anima al Diavolo! E' infatti subito costretto ad adeguarsi alla regola del 40-60! Che cosa orribile: il "40-60"!

Con 40-60 s’intende la formula narrativa delle fiction gialle Rai e altre reti) che bilancia elementi del giallo (40%) con elementi relativi alle vicende personali dei protagonisti (60%). Ai tempi del Commissario Maigret (Gino Cervi, anni ‘60) era 60-40, poi è degenerata.
Una quindicina di anni orsono Margherita Oggero (autrice dei gialli della Prof. Camilla Baudino) da me intervistata a un festival, si definì "solo" soggettista della fiction TV, mostrandosi molto critica sull’uso della formula da parte della Rai. Altri tempi!
Ho appena finito di leggere (fuori pioveva!) Sotto mentite spoglie, l’ultima indagine del Vice questore Rocco Schiavone . Non è stata un’impresa da poco: 546 pagine! Posso dire, ho fatto anche l’editor, che 450 sarebbero avanzate. Sicuramente ne avrebbe guadagnato il ritmo e la suspence.
Il caso che affronta Rocco è complesso e, devo dire, ben congegnato dall'autore, ma spesso ci sono pagine inutili che ti fanno assalire dalla noia.
In ultima analisi l’ho letto per affetto all’autore (ha scritto pagine migliori) e per dedizione professionale alla materia. Non mi sono divertito, ma comunque sono rimasto a leggere perché la storia lo meritava. Le vicende personali dei comprimari invece no!
Capisco che ci sia da far lavorare (per la Rai) i bravi attori che recitano nella fiction, ma esistono anche i lettori, occorrerebbe un po’ di rispetto.

Vediamo in particolare.  

Trama: articolata e convincente, ma non ve la racconto perché troppo complessa, commetterei un delitto di spoiler!

Scene d’azione: troppo lunghe e dense di dettagli inutili che attenuano la suspence
Dialoghi: spesso noiosi e inutili, se dei comprimari sempre banali...
Intermezzi: da intervalli con le pecore della Rai tv negli anni '60.

Voto***/5,        
Tre stelle, ma solo perché stimo molto Antonio Manzini, e perché sono sempre dalla parte delle vittime (soprattutto se il carnefice è la Rai!!).