lunedì 28 maggio 2018

Morti da salotto (I)

Come per altri miei romanzi ricevo e pubblico a puntate questa riflessione di Carmen Claps, una lettrice  con competenze critiche, una che se ne intende!
Macchine di morte
Una recensione al romanzo

Morti da salotto
di Oscar Montani
a cura di Carmen Claps
(I)
L’epoca contemporanea con Corto, lo skipper viareggino, il delicatissimo passaggio tra 1400 e 1500 con Bertuccio, il fabbro armaiolo di Montevarchi, il ventennio fascista con Idamo, il medico di Montevarchi ed ora un nuovo periodo storico ed un nuovo investigatore. Infatti con “Morti da salotto” Oscar ci catapulta nel marzo 1799 con un nuovo personaggio, il fisico Raimondo Santo Severi. Quindi la prima osservazione che occorre fare è che questo romanzo, come del resto tutti quelli del nostro autore, non è un romanzo storico, bensì un romanzo di ambientazione storica. La storia con la esse maiuscola, i grandi fatti epocali che hanno cambiato il mondo e che sono oggetto dei testi scolastici si intreccia saldamente, si fonde e si confonde con la storia con la esse minuscola, cioè gli eventi quotidiani, addirittura banali della gente comune. La storia influisce, spesso proprio decide la vita delle persone, che, per parte loro, la interpretano e la vivono dal loro personalissimo punto di vista.
Il romanzo quindi ci regala un efficacissimo quadro del periodo, quadro proprio completo: l’aspetto psicologico e quello più squisitamente materiale.
Per commentare questo romanzo la cosa migliore è partire proprio dall’inizio, cioè dal titolo, che, come tutti i titoli delle opere di Oscar, è quanto mai enigmatico, malizioso, ma anticipa alla perfezione il contenuto e il senso del lavoro. Chiaramente ce ne rendiamo conto solo a lettura ultimata o, perlomeno, in corso d’opera. Dunque morti, perché il nostro autore ci racconta quattro delitti efferati, veramente efferati, non tanto per dire perché nei romanzi e nei film i delitti sono sempre e comunque efferati. Qui lo sono per davvero. Da salotto perché lo scenario della vicenda è quasi esclusivamente quello dei salotti nobiliari nei quali, a quell’epoca, si usava tenere dimostrazioni ed esperimenti scientifici.
La narrazione, come sempre nei lavori del nostro autore, e condotta in prima persona dall’investigatore protagonista, con i verbi coniugati al passato. In questo modo l’autore ottiene il risultato di non far perdere soggettività e partecipazione al racconto, ma, nello stesso tempo gli conferisce una grande lucidità e quel distacco necessario a far sì che a dominare la narrazione sia l’ironia. 


Come sempre l’ironia di Oscar è irresistibile, feroce, dissacrante. Proprio nei momenti più drammatici o istituzionali ecco la zampata a smitizzare, a sdrammatizzare il tutto. Proprio a proposito dei quattro delitti, nel resoconto del rinvenimento dei cadaveri (Oscar ha la trovata magistrale di non raccontarci il delitto, ma i suoi “effetti”), straziati in modo davvero orribile, il nostro autore riesce ad essere leggero, quasi strizzasse l’occhio al suo lettore: “Tranquillo, è solo un romanzo”.


Maestro Oscar anche per quel che riguarda gli indizi: macroscopici, microscopici, reali, devianti, disseminati nel testo in gran quantità spesso con una sana, giusta dose di sadismo. A lettura ultimata tiriamo le fila e ce li godiamo tutti.
Sempre per quel che riguarda l’ossatura del romanzo, il nostro autore è abilissimo ad alternare capitoli nei quali si va a rotta di collo, cioè avvengono fatti clamorosi, con altri apparentemente più interlocutori, discorsivi, ma solo apparentemente perché poi, in realtà, si rivelano importantissimi perché preparano svolte decisive.
Naturalmente, inutile dirlo, il protagonista arriva a far luce sui quattro delitti, ma la storia non ha il classico andamento canonico delitto – inchiesta – scoperta – giudizio – sentenza – pena, ma stravolge i soliti procedimenti: nel romanzo nulla è come sembra, nessuno è come sembra.
Il protagonista: Raimondo Santo Severi. È un tipico personaggio di Oscar, nel senso che non è un investigatore di professione, come non lo sono Corto, Bertuccio, Idamo. Raimondo è un professore di fisica sperimentale all’Università di Pisa. Il granduca di Toscana Ferdinando III, nell’imminenza dell’occupazione francese della Toscana, gli chiede, anzi, gli ordina proprio di sospendere le sue lezioni all’Università e di recarsi a Montevarchi a spiare per conto suo.
A Montevarchi, come anticipato, avvengono quei delitti e Raimondo si trova fatalmente invischiato nell’indagine. Lui, di suo, non ci penserebbe proprio, tanto è vero che, quando si rende conto che non può più tirarsi indietro, afferma “ero caduto in una trappola”. E qui una sostanziale differenza tra Raimondo e gli altri investigatori creati da Oscar: questi avevano l’indagine nel sangue. Bertuccio ha ereditato la passione per “di svelar misteri” dal nonno Niccolò insieme all’arte di fabbro armaiolo; Idamo è stato allevato dalla zia materna che gli ha passato il nome e, da piccino, invece delle favole, gli leggeva le avventure di Sherlock Holmes, segnandolo per sempre. Raimondo no, come detto, viene costretto a vestire i panni di apprendista spia e investigatore. Raimondo è un fisico, un uomo di scienza, è la prima cosa che ci dice di sé, come a mettere un timbro, un sigillo, ed è fiero, felice della sua professione – missione, anche se il laboratorio di fisica è una ghiacciaia (il Cocito è soprannominato) e anche se gli studenti sono, per la maggior parte, distratti, svogliati e un po’ zucconi.

(I - Segue)

Nessun commento:

Posta un commento