La prima indagine di Idamo Butini
Il delitto della Domenica
(Montevarchi maggio 1899)
III
III
Un piccolo testimone
Mi guardò di
traverso, ma mi lasciò andare. Dino, mio compagno di giochi, di due anni più
grande di me, era cresciuto poco di statura, per quello non gli garbava giocare coi suoi
coetanei, che, tra l'altro, lo pigliavano anche a pacche sul collo. Quel
collino lungo, quasi nudo per la
sfumatura alta "all'umberta",
faceva schiocchi che si sentivano fino in Via Roma. Era anche timido, Dino, per
portarlo dalla zia, dovetti promettere di prestargli la mia trottola per tre
giorni. Ma che non l'avesse a sciupare!
Ida lo fissò
curiosa.
« Allora
Dino, che è successo di strano a tuo zio Ettore? ».
Dino la
guardava imbambolato. Temetti che scoppiasse a piangere. Gli succedeva: una
vite tagliata! Considerai che la zia mostrava più della sua età, che la sua
voce era da soprano e che il cappello la faceva severa. L'aspetto non aiutava,
insomma. Teneva distanti i giovanotti, figuriamoci un ragazzino timido! Lo
incoraggiai.
« Dai, Dino.
Mica ti mangia. Anzi potrebbe aiutare tuo zio a capire! ».
Dino si
decise. La sua voce piagnucolosa inciampava
su ogni punto e anche sulle virgole.
« Mio zio,
sarebbe quello che ci ha la bottega di ciabattino in fondo a via Cennano ... ».
S'era
chetato di nuovo. La zia un po' spazientita precisò.
« E', che
c'entra "sarebbe"! Di zii tu c'hai quello e basta! Lo conosco,
Ettore, l'è prima del Banco dei Pegni, allo sbocco in Piazza del Presto, anche
se non ci vo perché non è troppo rifinito! Forza ».
Non si può
dire che la zia fosse stata d'aiuto. Dino s'inceppava a ogni frase, sempre di
più, come uno che è finito nelle sabbie mobili. Di sicuro, poi, i riassunti non
li sapeva fare bene come me. Meglio che continui io!
Qualche
giorno prima, il lunedì, Asmaro, il nuovo aiutante di Ettore, aveva riferito al
padrone d'aver saputo che a Figline cercavano un sellaio per aggiustare le
poltrone del Teatro Garibaldi. L'Accademia dei Concordi, che l'aveva in gestione,
in previsione della stagione operistica di ottobre doveva risistemare il tetro.
Per le poltrone della platea, centoventiquattro, tutte in pelle, era stato dato
incarico alla Consorteria dei Maestri Sellai. Una specie di congrega che aveva,
da poco, messo su un laboratorio a Figline, proprio accanto alle mura, dove
passano le carrozze e i carri. A Figline, però, in attesa d'ingrandirsi,
avevano solo un maniscalco. Un'occasione da pigliare al volo! Lo zio di Dino, due
giorni dopo, che era mercoledì, c'era andato di corsa. Prima dell'ora saputa da
Asmaro era sul posto e aveva trovato il magazzino. C'era un signore che
sembrava l'aspettasse, nessun altro. Elegante, baffi e fiocco nero al collo,
scarpe lucide di nappa, uno che chiedeva rispetto, insomma! Mostrò
ad Ettore ventidue poltroncine di pelle. Quelle invece erano malridotte assai. Gli
disse che il lavoro sarebbe durato sei giorni: in tutto seicentocinquanta lire.
Cento al giorno più le spese, per il treno e i materiali. Il mangiare se lo
doveva portare. Ettore doveva solo procurare i chiodini d'ottone e il filo di
refe rosso. Un patto più che equo, "da
nababbo" s'era detto lo zio di Dino. Il signore, gli aveva dato la
metà più cinquanta: trecentocinquanta lire d'anticipo. Doveva cominciare il
giorno dopo.
Tornato
a Montevarchi tutto gasato, Ettore aveva istruito Asmaro su come portare avanti
la bottega durante la sua assenza. Per il lavoro più difficile doveva prevedere
una lunga consegna, senza nulla promettere, per quello più facile farlo lui.

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