venerdì 28 febbraio 2014

Racconto della Domenica (03)


La prima indagine di Idamo Butini

Il delitto della Domenica

(Montevarchi maggio 1899)  
III 


Un piccolo testimone
Mi guardò di traverso, ma mi lasciò andare. Dino, mio compagno di giochi, di due anni più grande di me, era cresciuto poco di statura,  per quello non gli garbava giocare coi suoi coetanei, che, tra l'altro, lo pigliavano anche a pacche sul collo. Quel collino lungo,  quasi nudo per la sfumatura alta "all'umberta", faceva schiocchi che si sentivano fino in Via Roma. Era anche timido, Dino, per portarlo dalla zia, dovetti promettere di prestargli la mia trottola per tre giorni. Ma che non l'avesse a sciupare!
Ida lo fissò curiosa.
« Allora Dino, che è successo di strano a tuo zio Ettore? ».
Dino la guardava imbambolato. Temetti che scoppiasse a piangere. Gli succedeva: una vite tagliata! Considerai che la zia mostrava più della sua età, che la sua voce era da soprano e che il cappello la faceva severa. L'aspetto non aiutava, insomma. Teneva distanti i giovanotti, figuriamoci un ragazzino timido! Lo incoraggiai.
« Dai, Dino. Mica ti mangia. Anzi potrebbe aiutare tuo zio a capire! ».
Dino si decise. La sua  voce piagnucolosa inciampava su ogni punto e anche sulle virgole.
« Mio zio, sarebbe quello che ci ha la bottega di ciabattino in fondo a via Cennano ... ».
S'era chetato di nuovo. La zia un po' spazientita precisò.
« E', che c'entra "sarebbe"! Di zii tu c'hai quello e basta! Lo conosco, Ettore, l'è prima del Banco dei Pegni, allo sbocco in Piazza del Presto, anche se non ci vo perché non è troppo rifinito! Forza ».
Non si può dire che la zia fosse stata d'aiuto. Dino s'inceppava a ogni frase, sempre di più, come uno che è finito nelle sabbie mobili. Di sicuro, poi, i riassunti non li sapeva fare bene come me. Meglio che continui io!
Qualche giorno prima, il lunedì, Asmaro, il nuovo aiutante di Ettore, aveva riferito al padrone d'aver saputo che a Figline cercavano un sellaio per aggiustare le poltrone del Teatro Garibaldi. L'Accademia dei Concordi, che l'aveva in gestione, in previsione della stagione operistica di ottobre doveva risistemare il tetro. Per le poltrone della platea, centoventiquattro, tutte in pelle, era stato dato incarico alla Consorteria dei Maestri Sellai. Una specie di congrega che aveva, da poco, messo su un laboratorio a Figline, proprio accanto alle mura, dove passano le carrozze e i carri. A Figline, però, in attesa d'ingrandirsi, avevano solo un maniscalco. Un'occasione da pigliare al volo! Lo zio di Dino, due giorni dopo, che era mercoledì, c'era andato di corsa. Prima dell'ora saputa da Asmaro era sul posto e aveva trovato il magazzino. C'era un signore che sembrava l'aspettasse, nessun altro. Elegante, baffi e fiocco nero al collo, scarpe lucide di nappa, uno che chiedeva rispetto, insomma!   Mostrò ad Ettore ventidue poltroncine di pelle. Quelle invece erano malridotte assai. Gli disse che il lavoro sarebbe durato sei giorni: in tutto seicentocinquanta lire. Cento al giorno più le spese, per il treno e i materiali. Il mangiare se lo doveva portare. Ettore doveva solo procurare i chiodini d'ottone e il filo di refe rosso. Un patto più che equo, "da nababbo" s'era detto lo zio di Dino. Il signore, gli aveva dato la metà più cinquanta: trecentocinquanta lire d'anticipo. Doveva cominciare il giorno dopo.
Tornato a Montevarchi tutto gasato, Ettore aveva istruito Asmaro su come portare avanti la bottega durante la sua assenza. Per il lavoro più difficile doveva prevedere una lunga consegna, senza nulla promettere, per quello più facile farlo lui.

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