La prima indagine di Idamo Butini
Il delitto della Domenica
(Montevarchi maggio 1899)
IV
IV
Al lavoro
La
mattina dopo, giovedì, Ettore, secondo le istruzioni, aveva preso il treno
delle sette e mezzo. Alle otto, anche due minuti prima, era al magazzino. La porta era aperta. Non c'era
nessuno. Lui, senza porsi tante domande, tanto sapeva cosa fare, s'era messo a
lavorare. Alle quattro del pomeriggio aveva già sistemato le ventidue poltrone.
Nessuno s'era fatto vedere per controllare il lavoro. Che fosse fatto bene o
fatto male, era fatto! Ettore aveva riaccostato con cura la porta e se n'era
andato sicuro che al mattino avrebbe trovato un'altra ventina di poltroncine
rosse. Più o meno il lotto da raccomodare ogni giorno.
Venerdì
mattina alle otto meno cinque era davanti alla porta del magazzino. La porta
era chiusa a chiave e dentro gli scuri erano sbarrati. Appiccicato al vetro
dall'interno, sull'anta sinistra, un cartello.
La Consorteria dei Maestri Sellai
ha chiuso e
cessato le attività,
sine die.
Quel
"sine die", che gli sapeva
di chiesa, o quantomeno di messa, non l'aveva capito. Certo era solo che la
porta era chiusa. Lui aveva lavorato solo un giorno! Per saperne di più uscì
dalle mura per parlare col maniscalco. Non ce n'era nessuno di maniscalchi, né
ce n'erano mai stati. Rientrato nel borgo s'affacciò a due botteghe vicine al
magazzino. Il fornaio non ne sapeva niente. Il fruttivendolo gli disse che il
magazzino era di un rigattiere di Firenze che il mese prima aveva comprato, per
uno sputo, qualche diecina di poltrone del teatro. ma non sapeva chi fosse.
Provò
anche col macellaio, ma non ne cavò un ragno da un buco. Alla fine si convinse
che se rivolevano i soldi o volevano fargli finire il lavoro l'avrebbero
trovato. Al tocco scese dal treno a Montevarchi. Andò a casa a mangiare così
poté farsi riscaldare, dalla Marisa, sua moglie, la trippa che s'era portato
dietro nella gavetta. "La trippa fredda di giovedì è
un'offesa al Signore!", aveva commentato.
Ida,
mentre Dino raccontava, aveva finito di leggere il racconto. Non voleva darlo
da vedere, ma io me n'ero accorto. Era agitata. Si alzò di scatto.
«
Dino, dove lo trovo tuo zio? ».
Il
ragazzo questa volta rispose sicuro.
«
In bottega, dove vuole che sia, con tutto quel lavoro che gli è rimasto
indietro! ».
Ida
mi afferrò per la mano.
«
Vieni, si va da Ettore! ».
Vedendo
la zia così agitata, alla voglia di giocare m'era entrata addosso una gran curiosità
per quello che intendeva fare. La seguii trotterellando. Ettore ci accolse con
un saluto e poi, sentita la domanda, con un moccolo personalizzato da
ciabattino. Tralascio la parte che ho già narrato per bocca di Dino. Ripiglio
dal dopo pranzo di giovedì.
«
... Rientrando in bottega scoprii che quel "segone" d'Asmaro non
aveva fatto un c ... ciufolo! Mi scusi, ma sono ancora inc ... insomma
contrariato. Le scarpe rotte erano ammucchiate nel solito angolo. Bestemmiando mi
misi a lavorare, ripassando in mente la lavata di testa che volevo fare a Asmaro
appena si fosse presentato. Però lui non si fece vedere ... ».
Altro
moccolo colorito.
« Da
uno che è stato tre anni in Eritrea e poi è tornato col foglio di via ci si può
aspettare poco! ».
Ettore
cercava di scaricare la rabbia continuando a battere con forza una soletta.
«
E' come con le scarpe: costa poco, quello che vale poco! ».
(04-segue)
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