sabato 1 marzo 2014

Racconto della Domenica (04)


La prima indagine di Idamo Butini

Il delitto della Domenica

(Montevarchi maggio 1899)  
IV


Al lavoro
La mattina dopo, giovedì, Ettore, secondo le istruzioni, aveva preso il treno delle sette e mezzo. Alle otto, anche due minuti prima, era al magazzino. La porta era aperta. Non c'era nessuno. Lui, senza porsi tante domande, tanto sapeva cosa fare, s'era messo a lavorare. Alle quattro del pomeriggio aveva già sistemato le ventidue poltrone. Nessuno s'era fatto vedere per controllare il lavoro. Che fosse fatto bene o fatto male, era fatto! Ettore aveva riaccostato con cura la porta e se n'era andato sicuro che al mattino avrebbe trovato un'altra ventina di poltroncine rosse. Più o meno il lotto da raccomodare ogni giorno.
Venerdì mattina alle otto meno cinque era davanti alla porta del magazzino. La porta era chiusa a chiave e dentro gli scuri erano sbarrati. Appiccicato al vetro dall'interno, sull'anta sinistra,   un cartello.

La Consorteria dei Maestri Sellai
ha chiuso e cessato le attività,
sine die.

Quel "sine die", che gli sapeva di chiesa, o quantomeno di messa, non l'aveva capito. Certo era solo che la porta era chiusa. Lui aveva lavorato solo un giorno! Per saperne di più uscì dalle mura per parlare col maniscalco. Non ce n'era nessuno di maniscalchi, né ce n'erano mai stati. Rientrato nel borgo s'affacciò a due botteghe vicine al magazzino. Il fornaio non ne sapeva niente. Il fruttivendolo gli disse che il magazzino era di un rigattiere di Firenze che il mese prima aveva comprato, per uno sputo, qualche diecina di poltrone del teatro. ma non sapeva chi fosse.
Provò anche col macellaio, ma non ne cavò un ragno da un buco. Alla fine si convinse che se rivolevano i soldi o volevano fargli finire il lavoro l'avrebbero trovato. Al tocco scese dal treno a Montevarchi. Andò a casa a mangiare così poté farsi riscaldare, dalla Marisa, sua moglie, la trippa che s'era portato dietro nella  gavetta. "La trippa fredda di giovedì è un'offesa al Signore!", aveva commentato.

Ida, mentre Dino raccontava, aveva finito di leggere il racconto. Non voleva darlo da vedere, ma io me n'ero accorto. Era agitata. Si alzò di scatto.
« Dino, dove lo trovo tuo zio? ».
Il ragazzo questa volta rispose sicuro.
« In bottega, dove vuole che sia, con tutto quel lavoro che gli è rimasto indietro! ».
Ida mi afferrò per la mano.
« Vieni, si va da Ettore! ».
Vedendo la zia così agitata, alla voglia di giocare m'era entrata addosso una gran curiosità per quello che intendeva fare. La seguii trotterellando. Ettore ci accolse con un saluto e poi, sentita la domanda, con un moccolo personalizzato da ciabattino. Tralascio la parte che ho già narrato per bocca di Dino. Ripiglio dal dopo pranzo di giovedì.
« ... Rientrando in bottega scoprii che quel "segone" d'Asmaro non aveva fatto un c ... ciufolo! Mi scusi, ma sono ancora inc ... insomma contrariato. Le scarpe rotte erano ammucchiate nel solito angolo. Bestemmiando mi misi a lavorare, ripassando in mente   la lavata di testa che volevo fare a Asmaro appena si fosse presentato. Però lui non si fece vedere ... ».
Altro moccolo colorito.
« Da uno che è stato tre anni in Eritrea e poi è tornato col foglio di via ci si può aspettare poco! ».
Ettore cercava di scaricare la rabbia continuando a battere con forza una soletta.
« E' come con le scarpe: costa poco, quello che vale poco! ».
  (04-segue)

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