giovedì 6 marzo 2014

Riflessioni sul noir (II)


NOIR: dai romanzi ai film
Lo vogliamo considerare un aggettivo per tutte le stagioni
o è bene fare qualche distinzione?
Riflessioni semiserie.

(Parte II)
Film noir classici
Molti riconducono la nascita del genere cinematografico  noir al film Lo sconosciuto del terzo piano (1940), io considero invece come germe e modello solo Il mistero del falco (The Maltese Falcon). Tratto dal romanzo Il falcone maltese di Dashiell Hammett è davvero esemplare. Qui facciamo attenzione: il romanzo di Hammet è hard boiled il film è noir! Capite che trappole ci sono in giro? Non le ho tese io, semmai quei confusionari degli accademici che, invece di gustarsi i film o i romanzi, li classificano. Il fatto è che il regista, guarda caso è, come sempre, un autore: merito suo se il film è noir o melò! Da un pulcino (il problema dell’uovo è superato) può sortire un gallo o un cappone. Dipende dal taglio che gli si dà!
Nel 1958, dopo decine forse centinaia di titoli, arriviamo a L'infernale Quinlan di Orson Welles: una tappa fondamentale. Incredibilmente questi film erano considerati dalla critica d'oltreoceano produzioni di scarso valore. Bigotto moralismo USA. Eppure  alcuni ottennero la nomination agli Oscar.
Come accadde, oltre che al già citato Il mistero del falco, a Vertigine (Laura) e a La fiamma del peccato (Double Indemnity), entrambi del 1944

Il film di Billy Wilder è un capolavoro assoluto, un modello mai superato di noir. Tutti e tre sono da me recensiti sul blog: basta clickare!.
Se sentite dire, da qualche sedicente esperto di cinema, che Robert Siodmak, con  La scala a chiocciola,  esalta le atmosfere e le illuminazioni del noir giocando con la splendida fotografia ossessiva, opprimente e dalle lunghe ombre, storcete il naso. Quello non è un noir, è un giallo classico: per esito, personaggi e ambientazione.
Evitate (è un saggio consiglio)  di iniziare discussioni con chi lo ha affermato: si ripeterebbe la storia labirintica dei romanzi noir!
Noir come erede dell'Espressionismo tedesco
Bisogna fermarsi un pochino di più sull'espressionismo tedesco. L'aggettivo noir (nero) fa riferimento alla cupezza di queste pellicole, sia per quel che riguarda il loro contenuto, sia per gli aspetti di carattere prettamente formale (forte uso del chiaroscuro, inquadrature distorte) che rimandano al cinema espressionista tedesco di Friedrich Wilhelm Murnau di Fritz Lang di lui voglio ricordare Gardenia blu. 



L'aspetto figurativo tipico del cinema espressionista è rintracciabile nel noir americano anche per un'altra ragione: con l'avvento del Nazismo in Germania, molti autori del cinema tedesco emigrarono negli USA, trasferendo a Hollywood la cultura visiva del cinema tedesco. Per i contenuti invece il genere attinse a piene mani alle opere letterarie hard boiled del già citato Hammett, di Raymond Chandler, di Cornell Woolrich, di James M. Cain, di Mickey Spillane, solo per citare gli autori più noti. Il film che rappresenta il punto di incontro tra il cinema espressionista tedesco ed il cinema noir è Lo sconosciuto del terzo piano, di Boris Ingster, del 1941, con Peter Lorre. Ulteriore dimostrazione viene dal fatto che un altro regista di film espressionisti come Destino, Metropolis e Il dottor Mabuse, Fritz Lang, emigrato in America si dedicò quasi solo esclusivamente ai film noir, diventandone uno dei maggiori esponenti.
Proprio di Lang potrebbe essere l’altro film, oltre a Lo sconosciuto del terzo piano, a fare da ponte stilistico e tematico tra un Espressionismo classico e uno moderno in chiave noir, come M – Il mostro di Düsseldorf.
Dopo gli anni '50
Dopo, negli anni ’50, prevale il colore. La Technicolor ha ucciso il noir e anche (in certi film) la supsense. La suspense è figlia dell'arte del togliere, unico modo per coinvolgere emotivamente il lettore o lo spettatore. Se dici tutto non c'è suspense e sopravviene la noia, a meno che tu non sia Marcel Proust (ma anche lui a volte...). Inoltre la tecnica espressionista cerca di scavare le ombre. Vediamo un esempio:

A destra un normale smile in bianco e nero, a sinistra uno scavato nel nero: è sempre bianco e nero ma assai più inquietante! la prevalenza del nero influenza la mente. Ben lo sapeva il genio di Frank Miller quando ha disegnato la graphic novel (eh, ora si dice così!) Sin City!




Negli anni Settanta, periodo della cosiddetta New Hollywood, il noir americano è stato rivisitato da importanti registi: da Robert Altman (Il lungo addio, 1973), da Roman Polanski (Chinatown, 1974), da Arthur Penn (Bersaglio di notte, 1975), ma il colore non si sposa bene col noir.  Ne sono consapevoli anche i registi che di versione in  versione abbandonano progressivamente lo schema classico, in cui tutto ruota attorno alla figura del private-eye e/o a quella della femme fatale: per cui, si sono definiti “noir” (non sono d’accordo) anche film quali La conversazione (1975) di Francis Ford Coppola o Taxi Driver (1976) di Martin Scorsese, i quali comunque mantengono intatti situazioni, atmosfere, stati d'animo (e non di meno una sottesa critica sociale) tipici del genere, ma col noir c’entrano poco.

Crediti per questa puntata: la voce “noir” su wikipedia, pur contenendo imprecisioni ed errori, mi è stata di un qualche d’aiuto.
(II-segue) 

Nessun commento:

Posta un commento