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martedì 6 gennaio 2015

Giallo Natale (12)


Giallo Natale 

(11)

(speciale Befana)
Befana contemporanea, ovvero:
per amore dei bimbi.
 

Si guardò allo specchio. “Che disastro!” pensò. In effetti tra filler,  iniezioni di botulino, collagene sintetico e microstrutture di silicone il suo viso era diventato quasi bello. Per non parlare delle tette. L’anno prima due pere allungate e avvizzite come sacche vuote, ora due semisfere autoreggenti … come le calze. “E ora, come fo’?” Si domandò.
Mentre si guardava di profilo notò che anche i glutei, rinforzati e resi sodi da dieci mesi di palestra intensiva, erano improponibili. “Questa volta mi licenziano!”: si stava sempre più convincendo che aveva fatto male a dar retta alle sue amiche, Daniela e Alba, più befane di lei, che apparivano in TV con facce gonfie come palloni. Come fare? Una come lei, che aveva un lavoro stagionale di solo qualche giorno all’anno, aveva i problema di passare il tempo: certo che la palestra e il salone d’estetica della  beauty farm  non erano i posti giusti per la Befana!
Doveva rimediare, assolutamente e senza timori. “Mica saranno irreversibili, questi trucchi?”, si chiedeva. Per le chiappe bastava una gonna sformata e  sgualcita, no problem. Le tette invece: anche senza reggiseno (stile femminista arrabbiata anni settanta) si notavano. Prese uno spillone d’argento, lo sterilizzò con l’accendino  e provò a forare la struttura. Bucò anche la pelle. Un male cane, ma poi … un sibilo, due sibili, un soffio smorzato: miracolo! Di nuovo le penzolavano due orribili pere smagliate e grinzose!
Passò alla faccia. Con le labbra gonfiate a canotto fu più facile  che con le tette, solo che la bocca si girò di traverso in un’orribile ghigno. Gote e zigomi: buca a destra, fora a sinistra; spingi in giù, premi in su … ci volle parecchio, ma la faccia, che prima sembrava quella di una damina di Meissen, diventò tutta bozzoli informi. Un foro, nel tentativo di sgonfiare la parte sopra il  labbro, s’era incarognito in una specie di orribile verruca violacea. Si guardò soddisfatta allo specchio: “Ora, faccio davvero schifo! Una Befana perfetta: posso cominciare la distribuzione dei doni ai bambini.”
(L'Epifania tutte le feste le porta via: fine!)

mercoledì 24 dicembre 2014

Giallo Natale (11)

Giallo Natale 

(11)

BUON NATALE A TUTTI
ma fate attenzione,
il Natale non è alla portata di tutti: stressa!
E’ scienza: il Natale stanca, crea stress e dolori interni. A tutti, anche ai più dotati di anticorpi. Non è un medicinale, come dicono i venditori di regali, e può ingenerare disturbi mentali, anche gravi. Potreste finire, anche voi, in un gruppo di auto analisi. Prima di assumere il Natale, consultare le vignetta!

Ma esiste un antidoto. Tutti si steressano, meno Pierino. Questo bimbo apparentemente angelico, ma sottilmente perfido è stato studiato dagli psichiatri e dai sociologi. Si è scoperto che recitava una perfida filastrocca: l'antidoto appunto. Ve la propongo stamani presto per darvi il tempo di "impararla" a mente. Recitatela ai parenti in falsetto (voce alla Paolo Poli) col sorriso sulle labbra (sardonico però, ricordate: son tutti serpenti!) alla fine del cenone di Natale.
Filastrocca di Natale(*)
Son piccoletto e birichino
Ma ho tanto buono il cuoricino.
E per Natale so ritrovare
Cose bellissime da augurare.
Per te, mamma dal dolce viso,
sia la tua casa un Paradiso.
Il babbo immerso nei suoi affari
Faccia in salute tanti bei denari.
Mia sorella che è tanto vogliosa
Pur se brutta, con un ricco vada sposa.
Alfin che non manchino tanti denari,
A noi amatissimi parenti miei cari.
A tutti gli altri conceda pur Iddio
Un cuore buono, di più, un cuore pio.
Che devo dire non so altro più...
Ci benedica il buon bambin Gesù!
(*) Incerta l’origine dell’autore: Lucca o Genova? Alcuni lo dicono scozzese, ma
l’originale era in genovese. Tradotta in italiano, nella prima metà del secolo scorso,
con sensibilità e passione, da una maestra elementare di Lucca (1920 -1930 c.a.).
Ringrazio suo nipote che mi ha fatto avere il testo.
(11-segue)

martedì 23 dicembre 2014

Giallo Natale (10)

Giallo Natale 
(10)
Licenziato per Natale!
Un telegramma la vigilia di Natale! Nell'estremo nord della Lapponia fa notizia, soprattutto se c'è il logo del Ministero dei Doni  e dei Regali della Contea di Heaven e reca il timbro del Sottosegretario con portafoglio agli Auguri! 
Tutti gli elfi, sospeso il carico della slitta, erano accorsi curiosi e petulanti intorno a Babbo Natale. Anche le renne, pure loro curiose come scimmie, s'erano approssimate.
L'elfo Geppetto, il più anziano non stava nella pelle.
« Su, capo, apri! Leggi! ».


Gli elfi mormoravano, ma Santa Claus era incerto, e anche superstizioso: era convinto che un telegramma portasse sempre sculo, figuriamoci alla vigilia di tutte le vigilie! Rigirò più volte la busta, scrutandola sospettoso. Vide che sul timbro c'era scritto Bruxelles. La cosa non gli piacque, avrebbe preferito Istanbul o addirittura Tirana! Infine si decise. Sbiancò. Anche la tuta virò sul rosa slavato. Gli elfi subito se n'accorsero in coro.
« Capo che accade? ».
Babbo Natale non capiva bene, aveva solo inteso che era una gran fregatura.
« Ci vogliono esodati! »
Che voleva dire? Pure l'elfo Etimolo, l'esperto di parole che traduceva le letterine da tutte le lingue, vernacoli e dialetti, era in difficoltà.
« Io non ho visto neanche una lettera che chiedesse esodati! Abbiamo esoscheletri, esogetti, esoreattori e anche giocattoli esotici, ma esodati no! »
Santa Claus lo zittì.
« Non è una richiesta, è una fregatura! Ragazzi, siamo nei guai. Ci hanno sbattuto fuori dal Natale! Hanno fatto un'altra spending review, sapete, per via del patto di stabilità. Poi hanno abolito l'articolo 18 e noi eravamo solo 14 e giusto per non esser 13 a tavola! Dicono che non possono più permettersi Babbo Natale. Noi, secondo il bilancio, non siamo più sostenibili! ».
L'elfo Maurizio, detto Fiomme, che aveva fatto uno stage a Mirafiori per perfezionarsi sulle macchinine, masticava un po' di sindacato. Cercò di capire.
« Ci mettono in cassa integrazione? ».
Il capo scosse amaramente la testa.
« Magari, qui dice che da ieri sera siamo licenziati, ma siccome ci vogliono bene (omissis ...frase con parolacce) "esodati". In pratica dobbiamo cessare qualsiasi attività e poi si vedrà. Possiamo venderci i regali, sono nostri, come anticipo della liquidazione. Scordatevi la salsapariglia, però, non avremo nessun sussidio ...  ».
Maurizio, detto Fiomme, si gonfiò, rosso di rabbia.
« Chi l'avrebbe deciso? ».
« La cancelliera tedesca, Anghela. Dice che ha fatto un accordo coi suoi nani. I Nibelunghi sono stati nazionalizzati:   lavoreranno gratis. Ragazzi ci hanno fottuti! ».
L'elfo Maurizio, dopo lo stage in Fiat era diventato un po' ribelle.
« E se io facessi uno stage presso i Nibelunghi, sul Reno, tanto per indottrinarli, quei nani?
Il capo si mostrò perplesso.
«Sì potrebbe funzionare, ma non c'è tempo. No è tardi, se ce lo dicevano una settimana prima, magari ... ».
Fiomme non voleva darla vinta nè al Presidente del Consiglio né alla Cancelliera.
« E noi si consegna lo stesso, tanto che ci se ne fa di questi regali? ».
Babbo Natale scosse la testa.
« Ma ci scateneranno contro gli F35! ».
« Sarebbero? »
« I cacciabombardieri che hanno appena comprato. Massacreranno le renne ».
« Ah, a questo servono? A impedire che si portino i doni! Quanto vanno veloci? ».
« 1930 km all'ora ».
« Nessun problema. Le nostre renne possono arrivare a 3000! ».
« E come? »
« Salsapariglia mescolata con polvere di peperoncino e un po' di ginger. Lo so, l'ho sperimentato su consiglio di un elfo tibetano. C'è solo un inconveniente: cinque minuti dopo che hanno ingollato la mistura, scoreggiano con fetore mortifero. Però possiamo usare la maschera antigas ».
Santa Claus annuì. Quell'idea, anche se pareva guerra chimica, gli era piaciuta.
Quella notte, fu ricordata, negli annali, come notte di meteore. Stelle cadenti più frequenti che il 10 d'agosto. Infatti i peti delle renne non solo puzzavano, ma s'incendiavano con luce giallo fosforo. I radaristi NATO rimasero interdetti nel decifrare le tracce e non fecero neppure levare in volo i caccia. Uno spettacolo inspiegabile anche per gli astronomi; ma i bambini ebbero tutti il loro regalo.
(10-segue)
 


 

lunedì 22 dicembre 2014

Giallo Natale (09)


Giallo Natale 
(09)

    Il pastore di burro (*)
Un omino di burro aveva portato alla perdizione Pinocchio, un pastore di burro me. Questa l’incredibile storia di uno sciagurato Natale.
I pastori del presepe sono fatti di cartapesta, di ceramica, di porcellana (anche vestiti di seta), di gesso (si scrostavano subito), di legno, di plastilina (un lusso anche in città), di resina sintetica, di plastica e anche di zucchero o marzapane.
Vigilia di Natale del ’52. Aprendo la vecchia cassetta di legno “Chianti Lamole riserva 1936”, lo scrigno dove si tenevano involtate in carta velina le statuette, si scoprì che non c’erano pastori.  Zitto. La colpa era mia: avevo scambiato tutti i pastori con Carmela, compagna di scuola venuta da Napoli: ne aveva tre di marzapane e due di zucchero.
« Il presepe senza pastori!», sentenziò nonna Cesira, « Non si pole mica! Figuriamoci, Gesùbambino senza doni fino alla Befana! ».
Giusto, Sesto, il nonno, tetragono ma sensibile alle attese epifaniche dei bambini, anche quelli di gesso, s’infilò la gabbana.
« Vo’in paese a comprarne una serqua». Cesira gli sbarrò la strada. « Ma un’ tu sarai mi’a grullo! Sono le otto e piove a dirotto. Ti  buschi un malanno e torni senza pastori ».
A giudicare dal gatto raggomitolato in collo alla vecchia Bistina sul canto del fuoco, la burrasca non sarebbe smessa tanto presto.
Il nonno non stette a dire “icchéc’è”, prese l’unico tozzo di burro dalla moscaiola fuori della finestra e andò dietro, nella stalla. Col freddo che faceva pareva un pezzo di marmo. Tirò fuori il serramanico e cominciò a scolpire un pastore, badando bene a raccogliere le scaglie in un foglio oleato da pizzicagnolo.


« Poi su queste ci semini un po’ di zucchero … ».  
Mi fece, strizzando l’occhio.
Il burro con lo zucchero! Me lo pappai a pizzichi  davanti al fuoco, aspettando mezzanotte a sentire le mirabolanti storie dei vecchi.
La mattina accanto alla capannuccia trovai un pacchetto: un coltellino a tre lame col manico rosso e una croce sopra. Sembrava svizzero, ma di certo l’avevano comprato alla festa del Perdono di Terranuova. Avevo ancora in bocca il sapore del burro zuccherato. D’improvviso m’assalì la  vena artistica ereditata dal nonno. Presi un pezzo di marsiglia bianco e scolpii anch’io un pastore; più brutto e di sapone, ma messo nel presepe accanto a una palma spennacchiata nessuno lo notò, anche se odorava leggermente di lavanda. Quello di burro, spolverato di zucchero, me lo pappai  mentre “cucciolavo” a letto in attesa che si scaldasse casa.
Al pranzo di Natale si faceva sempre, dai tempi dei tempi, la minestra di cappone. Trovai la nonna ai fornelli che parlava con la Bistina.
« Sarà stata la stagione, ma quest’anno il cappone l’era parecchio asciutto. Quasi niente grasso e due etti di meno! La Maurina di’ Regoli m’ha detto che a Marsiglia, dov’è andato a lavorare i’ su zio, lo ingrassano in pentola col burro. Il burro un’ ce l’aveva, ma un pastorino di gesso sì. Così ho ficcato in pentola quello di burro e il “presepio” l’è restato guarnito. Oh sentiamo se viene bono  come lo decanta la Maurina, questo cappone alla marsigliese! ».
La nonna infilò il mestolo in pentola e io mi sentii gelare. Eppure davanti al fuoco non faceva mica tanto freddo.
(*) Burro fatto in casa, salato per conservarlo meglio, come s’usava nel secolo scorso in campagna  prima che arrivassero le ASL a proibire anche i lattai.

domenica 21 dicembre 2014

Giallo Natale (08)


Giallo Natale 

(08)



Giallo di Natale
« Babbo Natale, perché ci guardi così male? ».
L'elfo Ginetto vedendo il vecchio così torvo, mentre gli altri si nascondevano dietro i sacchi, s'era fatto piccino, piccino, che più piccino non poteva. Dall’alto dei suoi trenta pollici  aveva trovato il coraggio di chiedere a nome di tutti. Si beccò una risposta amara, ma secca.
« Sono stato su ».
L'elfo capì che c'era un problema grosso, una bella patata bollente. Tergiversò. Giocherellò con la nappa del cappello, provò a fischiare, ma uscì un sibilo osceno. Quando voleva prender tempo faceva il tonto.
« Su, al settimo piano? ».
Il vecchio scosse la testa e sbuffò.
« Settimo cielo, Ginetto! Cielo; ma sei sempre più tonto! ».
L'elfo, per fargli sbollire un po' la rabbia, usava sempre quel trucco lì. Ora poteva chiedere.
« Che ti ha detto il Grande Capo? ».
Con mosse lente, Babbo Natale, aveva cominciato a sbottonarsi il giaccone rosso.
« Basta col rosso! Niente più Coca Cola: con la crisi che c’è negli USA, lo sponsor ha deciso di  ritirarsi! ».
Ginetto ebbe un balzo al cuore, ma quasi non poteva crederci.
« Ma allora... evviva torniamo ai costumi verdi! ».
Si mise a saltellare per la fabbrica di giocattoli, imitato dagli altri che erano usciti dai nascondigli. Non gli era mai piaciuto il costume rosso; già era rubizzo di suo, quel colore gli s’avventava agli occhi!
« Fermatevi sciocchi! Non è così semplice, mica possiamo stare senza sponsor. Chi le copre le spese? ».
Si tolse il giaccone rosso.
« Non saremo di nuovo verdi! ».
Ginetto si bloccò basito:
« Ma come? Ora sarebbe tanto di moda e sai le feste in Padania quando voi sareste passato con una slitta tutta verde! ».
“Sì, sarebbe bello - pensò babbo - l'ultima volta mi hanno sparato a pallettoni!”. Ma non sarebbe successo.
« Saremo gialli! ».
Ginetto sbiancò:
« Oddio, i cinesi! ».
Il grande vecchio scuoteva amaramente la testa:
« No, con loro si sarebbe restati, anche se in modo falso assai, più rossi, ignorante! ».
Ginetto non capiva:
« Ma allora ...» eh sì, forse, stavano per andare sulla luna «gli indiani? ».
Ormai Babbo Natale era in mutande, aprì il pacco che gli avevano consegnato di sopra. Il giubbotto era giallo oro fiammante. L’elfo esultò.
« Finalmente, la Ferrero Rocher ! ».
Babbo Natale scosse la testa e fece un mezzo giro su se stesso.  Sulla schiena, a lettere gotiche in rilievo, una grande scritta d’argento: Carithatin. Sotto in blu cielo, un po' più piccolo: la medicina della bontà. Il vecchio capo scosse la testa. “Che sa da fa’ pe’ campa’!”, pensava, ma, per non demoralizzare i suoi collaboratori, si limitò alla notizia.
« Da oggi siamo sponsorizzati dal Vaticano! Costume giallo, bordato di bianco... heligen Farben!  Forza ragazzi che abbiamo da consegnare un miliardo di scatole con dentro sei miracolose pasticche blu ».
 

sabato 20 dicembre 2014

Giallo Natale (07)


  Giallo Natale

(07) 


Regalino di Natale
"Peo", per gli amici anche "Pera", aspettava nel buio. Lo chiamavano così per via del cicchino, a forma di "canna" sempre in bocca e della sua testa, ma col berretto rosso da Babbo natale non si notava. Aspettava, impestando l'aria con pessimo tabacco, lo scampanio di mezzanotte. Il suono delle campane a mezzanotte avrebbe  coperto qualsiasi rumore, anche il botto di uno sparo: le faceva suonare, a tutto sturo, don Antonio,  che era sordo come una campana, appunto.
Aspettava, con un ghigno diabolico, il momento giusto: quello delle campane. "Meglio prepararsi", s'era detto giorni prima con sguardo cattivo anche "dentro". Aveva fatto tutto a modino, con precisione da ragioniere: albero in casa col presepe e soprattutto alberone fuori, in giardino. Poco più in la, nell'orticello, una buca di metri due per uno, profonda più di uno. "Per gli asparagi", aveva detto all'ignara moglie, vittima predestinata a far da concime agli ortaggi.
Il ragionier Irnerio Peruzzi, ora in pensione, aspirava a una badante ucraina tutta per lui. Era più che una voglia: una fissa. Ma lui alla moglie Ida non l'aveva confessato, lei avrebbe rifiutato l'idea.  Lui, ostinato contabile, definirlo freddo calcolatore sarebbe esagerato, ne aveva anche individuata, spiata e contattata una. Più che altro aveva cominciato a seguire, il giovedì pomeriggio, Irina, una ragazzona statuaria di trentacinque anni con la sua "signora" alla conta degli ultimi giorni. "Se mia moglie la vedesse", rimuginava il Peruzzi "si  opporrebbe anche di più: in modo cattivo!" Sapendolo,  aveva fatto tutto di nascosto.
Dopo lunghe considerazioni aveva deciso di non usare il fucile a canne mozze, caricato a lupara, preso in prestito "per le pantegane" dall'amico Toniuzzo, ferroviere in pensione nativo di Paternò. Troppo rumore (magari il vento portava lontano lo scampanio) e troppo sporco sulla neve (ci mancava anche quella!). Avrebbe adoperato la piccola vanga: corta e facile da brandeggiare: un colpo e via! Sempre a mezzanotte però, col suono delle campane, che l'Ida aveva la testa dura e la voce acuta ... caso mai, invece di esalare l'ultimo respiro, le fosse venuto di gridare!
Il piano era pronto. La tuia fatta potare da Ida ad abete (orribile cono alto quattro metri) era addobbata: c'era solo da accendere le luci. Lo faceva sempre lei al suono delle campane. Si copriva le spalle con un ampio plaid di lana, usciva, si chinava a raccogliere la presa della prolunga: ecco quello era il momento di mattarla. Lui stava nascosto, al gelo, nell'ombra, dietro la siepe di lauro, a un tiro di vanga. Da lì alla fossa solo sette metri: trascinarla sulla neve usando il plaid come slitta era facile.
Il primo tocco di campana lo scosse, gli venne il dubbio d'essersi assopito. D'aver dormicchiato un po'. Non ebbe tempo di riflettere più a lungo. Dalla casa uscì un plaid rosso da cui spuntavano il lembo d'una gonna e due piedi. Quando vide la donna inchinarsi, la colpì con tutta la sua forza. Sentì, impressionante, il crack del cranio. Non aveva il coraggio di guardare. A tentoni, afferrò i lembi della coperta e trascinò il corpo alla fossa. "Cazzo com'è ingrassata!", pensò stroncato dalla fatica. Spingendola col piede la rovesciò dentro la buca. Poi veloce sbancò l'altro lato e coprì il corpo. Rifinì la sepoltura con uno strato di neve.
Ansimava. Ficcò la vanga in terra e s'avviò verso la porta di casa. Sudava freddo. Emozione, gelo e fatica: un mix da infarto. Quando fu a tre metri dalla porta gli prese un colpo: Ida era sulla soglia! Lo guardò.
« Ma allora, 'un ha capito nulla. L'albero gli è spento e le campane hanno finito da un pezzo. Io lo sapevo che queste ragazze albanesi 'un son bone a nulla, ma tu ci havevi la fissa! ».
Eh sì, gli extra ormai erano tutti "albanesi". Mentre il ragionier Irnerio se la faceva sotto (pannolone ci voleva, altro che badante!), Ida lanciò un bercio stentoreo.
« Irinaa, Iriinaaa! ».
Scosse la testa.
« Macché! Oh in dove l'è andata quella grulla? Che tu l'ha vista? ».
Peruzzi, col cavallo gelato batteva i denti.
« Visto chi? ».
Ida sorrise, sardonica e irrisoria. cattiva, aglio occhi d'Irnerio.
« Irina, no. Ieri è morta la Gina e l'ho presa io, me l'ha consigliato don Antonio, "siete vecchi, un aiutino vi ci vole!". Ho pensato che t'avrebbe fatto piacere, t'ho fatto un regalino di Natale! Muoviti però, bisogna ritrovarla, le avevo già pagato un mese d'anticipo! ».
 

martedì 16 dicembre 2014

Giallo Natale (06)

Giallo Natale (06)


Babbo Natale: un mestiere pericoloso!
Aspettavo, inquieta, seduta sul tappeto, davanti al caminetto ormai tiepido. Mi divertiva, stando al buio, scovolare la cenere per far brilluccicare i tizzoni. Le faville schizzavano come razzi e poi, planando, sembravano lucciole con l’infiammazione! Sentii un passo incerto: procedeva in punta di piedi. Quando mi vide si bloccò:
« Oh  te! Che ci fai costì? ».
Non mi voltai nemmeno, tanto lo sapevo che era lui.
« Me l’hai portato?».
 Balbettò confuso.
« ...ato? E’ una sorpresa; torna a letto che lo vedi domani ».
Ravvivai un altro piccolo tizzone, poi … 
« Io… a letto ci torno solo se me l’hai portato! ».
Tossì nervosamente. Silenzio, poi bramì: sì, come una vecchia renna raffreddata.
Era imbarazzato.
« … se ti ho portato … ? ». 
Cercava di capire: che stronzo! Non riusciva neppure a far finta! Lo incalzai, sono brava a fare pressing: ossessiva. Me l’ha detto anche la maestra.
« Lo sai! Ci ho messo due francobolli speciali sulla lettera: prioritari! Lo sai che vuol dire prioritari, vero? … Lo sai, non ci credo che non l’hai ricevuta! ».
Fischiò o bofonchiò? Non saprei: forse si svuotava come una vecchia vescica. Di certo capii solo che stava ansimando, mentre frugava nel sacco.
« Per te ho la casa di Barbie! Con un sacco di mobiletti …».
Non mi voltai, ero troppo arrabbiata.
« Una stupida bambola! Io … ti avevo … chiesto un’altra cosa!... Lo sai! ».
Non lo sapeva? No! Peggio: forse, non aveva voluto portarmi il “mio regalo”!
« Che ho fatto di brutto, che non me l’hai portato? ».
Sentii il freddo che mi attanagliava. Il gelo della Lapponia aveva invaso il salotto?
« No, no, figuriamoci: sei stata brava! Bravissima! ».
Si piegò verso di me cercando di rimediare:
« Se non ti piace Barbie... avrei la borsetta radio Smoby, delle Winx… guarda ci puoi anche sentire tutte le canzoncine! ». 
Mi proponeva il regalo di Katia, quella stronzetta del terzo piano che usciva vestita da rap. A me, che odio le Winx! Questa volta mi girai di scatto e, con uno “swing” da  European Tour, lo colpii con l’attizzatoio. Cadendo urtò il bordo del caminetto. Lo spigolo di marmo gli spaccò la tempia. Un rivolo di sangue scese lentamente, rigandogli la gota.
Lo portarono via con la sirena e le luci spente. “Per non svegliare i piccini, già tesi per i regali ...”. Mentre la mamma, coi vicini, compiangeva il povero ragionier Peretti “Poverino inciampare così! Si presta  tanto per far divertire i bambini”, il mio babbo, per completare la coltre di nebbia sull'accaduto, mi rimise a letto.
« Non ti preoccupare, Babbo Natale non si è fatto niente! E … ti ha anche lasciato un bel regalo ».
Babbo è buono, pieno di paterna omertà, ma non capisce le mie esigenze. Come “non ti preoccupare”?. Lo guardai cupa, ma tacqui. 

Ero preoccupata e parecchio: pensavo a chi mi avrebbe potuto regalare Tago12 gleider, il pallone degli europei con la firma di Ballotelli e di tutti gli altri che aspettavo da due anni.