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sabato 20 aprile 2019

Sommelier del giallo (12)


Saper ascoltare
Come diventare fruitori consapevoli di gialli, noir e thriller raccontati nelle diverse forme artistiche: libro, film, fiction TV, fumetto e radio 
Versione 2019
                                    
tappa 12



Paradigmi indiziari:  i  modi in cui ragionano i detective, gli strumenti logici che usano e come gli autori lo possono raccontare.

Come indaga il detective



  

ABDUZIONE: è possibile che questi fagioli vengano da quel sacco



Ricordiamoci di Guglielmo da Baskerville quando, all’inizio del romanzo, incontra i frati alla ricerca del cavallo fuggito:

"… ma non temete, il cavallo è passato di qua e si è diretto per il sentiero di destra. Non potrà andar lontano perché, arrivato al deposito dello strame, dovrà fermarsi … >>

…

<< … Ma se cercate Brunello, l’animale non può che essere là dove ho detto. "

(Il nome della rosa – Umberto Eco)



Nella pagina successiva Guglielmo spiega pazientemente ( e con una vena di narcisismo alla Holmes) all’allibito Adso il suo ragionamento “infallibile”.



Le abduzioni sono ipotesi di lavoro



Ipotesi tutte fallaci meno che una: l’unica possibile e che indirizza l’indagine verso gli indizi più solidi e poi verso la soluzione. Il paradigma indiziario, per poter funzionare, non può fare a meno dell’abduzione. Unico problema: questa può essere sbagliata. 


L’abilità dell’autore è saper raccontare le abduzioni, magari alcune possono essere espresse dai comprimari (Watson ad esempio, ma che, consapevo di trovarsi su un altro iano, ha sempre paura di far brutta figura di fronte al geniale sodale!). 
Quella giusta, quando viene narrata, è intrigante che appaia inverosimile ai lettori, ma poi dev’essere indiscutibile. L'abduzione è lo strumento principe della narrazione gialla:
1. Stabilisce un rapporto tra lettore e autore.
2. Crea suspense.
3. Permette di dar spazio ai comprimari.
Ma, sì c'è un "ma", ne parleremo!

venerdì 19 aprile 2019

Sommelier del giallo (11)


Saper ascoltare
Come diventare fruitori consapevoli di gialli, noir e thriller raccontati nelle diverse forme artistiche: libro, film, fiction TV, fumetto e radio 
Versione 2019
                                            Tappa 11


Continuiamo ad esplorare l'imperscrutabile mente dei detective. teniamo presenti due donne detective americane, la prima, Jessica, frutto di sfrenata fantasia, la seconda, Cora, imprenditrice di successo.


Paradigmi indiziari:  i  modi in cui ragionano i detective, gli strumenti logici che usano e come gli autori lo possono raccontare.
Come indaga il detective 
INDUZIONE: i fagioli di quel sacco potrebbero essere tutti bianchi!
Sherlock Holmes, a volte, spiega a Watson come  ha fatto a raccogliere elementi indiziari. E’ un utile traccia del suo modo di ragionare, del suo paradigma indiziario.
"… più di centocinquanta tipi di sigari, sigarette e tabacco da pipa […]. Per esempio, se si riesce a stabilire con assoluta certezza che un delitto è stato commesso da qualcuno che fuma tabacco indiano […] questo delimiterà il campo delle nostre indagini.
Per un occhio esperto esiste, tra la cenere di …"
(Parole di Sherlock Holmes)


Le induzioni sono indizi, elementi su cui deve lavorare il detective.
Le induzioni vengono prima delle deduzioni, solo alcune portano a poche deduzioni. Don Matteo ha le induzioni, il maresciallo Cecchini le riferisce al capitano e il capitano Tommasi fa lavorare la truppa!  
Di solito le induzioni vengono molto sfruttate nel romanzo poliziesco: il lavoro massivo degli agenti può portare a trasformare alcuni indizi in prove. Sono una possibile trappola letteraria: se troppe si rischia la noia!  Meglio se le prove sono il frutto di un collegamento logico tra indizi: ciò coinvolge il lettore. Per ottenere il miglior risultato la narrazione in prima persona è più "funzionale".

sabato 13 aprile 2019

Sommelier del giallo (07)

Saper ascoltare
Come diventare fruitori consapevoli di gialli, noir e thriller raccontati nelle diverse forme artistiche: libro, film, fiction TV, fumetto e radio

Versione 2019
(tappa 07)



La scelta della persona narrante non è solo un fatto tecnico (la tecnica viene dopo), quindi non è semplice: ha molte implicazioni e può portare su differenti sentieri narrativi! 

Vediamo alcuni esempi.


Il ten. Colombo  fa ancora eccezione (lui è l'eccezione!): non può che essere raccontato in terza persona. Sono convinto che sia parecchio difficile tenere alta la suspense con un racconto scritto alla “Colombo”, la fiction televisiva è altro!
Il commissario Montalbano è un esempio virtuoso (da parte dell’autore):la vicenda è narrata in terza persona, ma sempre attraverso i suoi occhi: A. Camilleri è Montalbano!
Esempi di narrazione in seconda persona ce ne sono pochi. Il più famoso è quello del Dr. Watson: amico e comprimario  partecipa attivamente alle azioni. Offre un contributo operativo a volte decisivo a Holmes. E' tecnica molto ottocentesca e poco gettonata dagli autori.
Il Dr T. Berra, sodale del funzionario di polizia A. Jelling (La bambola cieca), personaggio narrante della serie Bostoniana di Scerbanenco, ascolta il racconto del suo “sodale” non nascondendo una vena di scetticismo per la logica del detective. Anche Philo Vance è narrato in seconda persona: S.S. Van Dine s’impersona suo segretario! Ma Van Dine era astioso con Agatha Christie e pure con Raymond Chandler... dimostrandosì cos' uomo di poco acume! Infatti, con le sue 20 regole, se la prende con gli autori che narravano in terza persona: una moltitudine!
Quando si narra in terza persona (la forma più facile, più ricorrente e più difficile da tenere sotto controllo) sono importanti le dinamiche, l’introspezione dei personaggi e la struttura (il montaggio) del racconto: il lettore ne può sapere di più del detective (Colombo docet), il rischio ricorrente è che ne sappia di meno (regole di S.S Van Dine). I cattivi autori seguono questa via per "sorprendere" i lettori con colpi di scena ad effetto, ma di bassa qualità. Sono dei disonesti, ne cito solo due: Dan Brown e Camilla Lackberg. Diffidatene, vi fanno solo perdere il vostro tempo e non vi arricchiscono la mente... anzi cercano di farvi sentire stupidi!

I più onesti (io infatti sono tra questi!) sono i narratori in prima persona. In prima persona sono estremamente importanti l’attrattività, i comportamenti (soprattutto i dialoghi) e il carattere del narratore. Il lettore vede attraverso i suoi occhi (la sequenzialità) e conosce tutti i suoi pensieri (la complessità dell'interazione): è importante che ci si possa identificare.

Quante possibilità! Tre tipi di detective, tre modi di narrazione, almeno quattro generi (ma se si considera lo storico e il post noir sono di più) … alcune combinazioni sono assurde pensate a un poliziesco ambientato nel medioevo! Ma tutto è possibile: gli autori a volte si lasciano trasportare dall'emozione: adrenalina e  creatività sono una miscela esplosiva. Può nascere il capolavoro (raro) o storie ridicole (tante)! Dovrebbero preoccuparsi del lettore che, oltre che leggere, giudica. Ma quanti autori fanno una scelta   tenendo conto, con rispetto, della propria audience potenziale. Purtroppo il lettore, non smaliziato, è soggetto a messaggi pubblicitari (perlopiù subliminali) che lo possono influenzare non solo all'acquisto, ma anche alla sopravvalutazione dell'opera!

sabato 4 agosto 2018

Indagare in coro

 

Gioco di squadra
ovvero, indagare col metodo del coro

In varie occasioni, durante la presentazione dei miei romanzi, mi hanno detto: "E' un romanzo corale"! E poi: "Il personaggio narratore ha intorno una corte di amici"!




Era vero, sia che si trattasse della serie di Corto, che quella di Bertuccio, di Idamo o di Raimondo, anche se, per ora, serie non è! E' allora il momento di rifletterci sopra. 
Sono figlio unico e inconsapevolmente i miei quattro personaggi Corto, Bertuccio, Idamo e Raimondo sono figli unici. Confesso che la scoperta mi ha un tantino disturbato. Non per il problema della solitudine del figlio unico,  io non l'ho mai sofferta! Non la soffrono neppure i miei personaggi, circondati come sono, da tanti amici. Corto ne ha anche troppi e Bertuccio, per toglierlo dal gruppo del paese natio, l'ho fatto esiliare. Idamo, negli anni, dopo la prima indagine, ne ha trovati pure altri! Raimondo l'ho spedito (a dire la verità è stato il Granduca Ferdinando III) da Pisa a Montevarchi ma subito, anche lì si è fatto degli amici.
Il motivo del mio disagio, dannazione, è un altro! Vi spiego perché. Quando, alle presentazioni, i lettori mi chiedevano cosa ci fosse di “mio” nei miei personaggi narranti rispondevo “niente, sono solo finzioni!”. Adesso mi rendo conto che la risposta è incompleta.
Per vostra comodità le schedine sintetiche dei quattro personaggi.

Corto – skipper di navi di lusso: single, ricorda il nonno di cui porta il nome (non si sa quale sia), parla poco dei genitori, pur vivendo (quando è a terra) nella casa paterna. (scheda sul blog). Ha al suo attivo quattro romanzi e quattro raccolte di racconti (27 racconti).

Bertuccio (Berto de’ Bardi) – maestro del ferro (fabbro) : single, ricorda il babbo (da cui ha ereditato la bottega), ma è soprattutto orgoglioso del nonno Niccolò (anche lui fabbro). (scheda sul blog). Quattro i titoli che lo vedono protagonista narratore.

Idamo Butini- medico condotto: single, non parla dei genitori, vive con l’invadente zia Ida, da che è rimasto orfano (scheda personaggio in preparazione).
Tre i  romanzi ( costituiscono La trilogia del ventennio) che lo vedono protagonista narrante.(scheda del blog).
 
Raimondo Santo Severi professore di fisica nell'omonima giovane facoltà di Pisa.
 
 
Uno solo, per ora, il romanzo di una serie di fine del settecento. In Morti da salotto (vedi recensione) il personaggio narrante che indaga con metodi scientifici è coadiuvato da vari amici e alleati.
 

Per mia ponderata scelta narro in prima persona, anche se è il modo più difficile (richiede molto rigore) mi sembra la più adatta per mantenere un buon onesto rapporto col lettore. Fin dal primo romanzo di Corto mi sono preoccupato del problema della narrazione in prima persona: l'ho definito la sindrome di Marlowe. In cosa consiste? Quando l'io narrante è unico, lo è anche il suo punto di vista. Il racconto rischia di essere piatto o comunque dogmatico (C'è, ad esempio, un autore mio corregionale che a volte si dilunga in oziosi sproloqui!). E' per evitare questo (unico neo dei romanzi di Chandler: anche Philip a volte ci marcia!) eccesso di focalizzazione che introduco tanti personaggi, si crea così un effetto caleidoscopio che offre vari punti di vista e di osservazione.
Allo stesso modo cerco di non avere dei detective  "super eroi" o "super geni", ma persone comuni dotate di molta curiosità, una curiosità trascinante che coinvolge i loro amici. Soprattutto non "onniscenti" (alla Sherlock): ci sono gli amici!

Si può così attuare un metodo d'indagine a cui anche il lettore (riconoscendosi in un personaggio) può partecipare: Il metodo del coro. I detective narrante è il direttore del coro e ogni singolo corista contribuisce, con le sue abilità, all'indagine. Le possibilità d'identificazione offerte al lettore sono molte di più! Ma anche i punti di vista per l'interpretazione della realtà: in un noir ritengo che ciò sia fondamentale.

domenica 7 gennaio 2018

Galleria Gialla (54)


N. 53

George Smiley 
(figlio di  John Le Carré )

Biografia essenziale

È difficile ottenere dati precisi sull'età di Smiley, si può però desumere che sia nato non oltre il 1910. Dal punto di vista familiare, non abbiamo notizie precise, è probabile che Smiley venga dalla classe operaia. Aristocratica è invece la moglie, Ann Sercombe, il cui lontano cugino, Bill Haydon diventerà una delle persone più significative dell'intera vicenda affrontata in La talpa.
Altro parente della signora Smiley sarà ministro contro cui Smiley si scontrerà, mai direttamente, nel corso del romanzo. La signora Ann, di carattere tagliente, netta nei giudizi e indipendente nelle azioni, nel corso del tempo si dimostrerà infedele al marito numerose, troppe,  volte, anche se l'affetto tra i due sempre comunque sarà presente. e' stato un brillante studente. I suoi studi   riguardano il periodo barocco, e suo hobby è la storia tedesca di quel periodo, compresa una conoscenza approfondita della letteratura tedesca. 

Nel 1937 il servizio segreto britannico decide di reclutare Smiley. Tra le sue missioni di maggiore rilevanza vi è di costruire una rete di spie tra il blocco occidentale e quello sovietico; motivo che porta la sua vita a sdoppiarsi tra Inghilterra e Germania, tanto da far pensare allo stesso Smiley che il tedesco sia la sua prima lingua. Durante la seconda guerra mondiale assistiamo a missioni operative in Svizzera e anche in Svezia, sempre però in numero minore rispetto alla presenza di Smiley in terra tedesca. Nel corso della guerra fredda Smiley ritorna in servizio, dopo un periodo di riposo. Nei primi anni della guerra fredda avviene l'incontro tra Smiley e Karla, in India, a Nuova Delhi. Karla è il capo delle spie russe. 
Carattere e psicologia
Dotato di un'intelligenza, e una memoria, ben fuori dal comune, abbinate a una capacità di concentrazione e di vedere sempre l'obiettivo da raggiungere, è   considerato sia dagli amici che dai nemici come una persona degna della massima considerazione e attenzione.
E' capace di guidare un gruppo con carisma, acume e soprattutto competenza procedurale. A queste caratteristiche si deve però aggiungere una spiccata incapacità nella vita quotidiana: rapporto turbolento e poi troncato con la moglie, scarsa attenzione al vestirsi, rapporti personali di difficile gestione. 


Abilità
Fisicamente Smiley si presenta al contrario dello stereotipo di eroe: basso, grasso, passo lento, inadeguato allo scontro fisico, fisicamente poco allenato. Le scale fatte a piedi l'affannano! E' l'anti James Bond per eccellenza. E' così poco appariscente che si potrebbe confonderlo con la tappezzeria. Si mimetizza, camaleontico, ma è dotato di antenne particolarmente ricettive.
Metodo 
Soprattutto conoscere i fatti. Sapere tutti degli altri e delle situazioni. A questo punto con la sua logica ipotetico deduttiva arriva al risultato. Non credo che faccia abduzioni, non si fida di nessuno, perchè dovrebbe fidarsi di se stesso?



lunedì 10 aprile 2017

Il romanzo corale


Stereo visioni
ovvero: Il metodo del coro

In varie occasioni, durante la presentazione dei miei romanzi, mi hanno detto: "E' un romanzo corale"! E poi: "Il personaggio narratore ha intorno una corte di amici"!




Era vero, sia che si trattasse della serie di Corto, che quella di Bertuccio o di Idamo. E sarà vero anche per un prossima serie e venire. E' allora il momento di rifletterci sopra. 
Sono figlio unico e inconsapevolmente i miei tre personaggi Corto, Bertuccio e Idamo sono figli unici. Confesso che la scoperta mi ha un tantino disturbato. Non per il problema della solitudine del figlio unico,  io non l'ho mai sofferta! Non la soffrono neppure i miei personaggi, circondati come sono, da tanti amici. Corto ne ha anche troppi e Bertuccio, per toglierlo dal gruppo del paese natio, l'ho fatto esiliare. Idamo, negli anni, dopo la prima indagine, ne ha trovati pure altri!
Il motivo del mio disagio, dannazione, è un altro! Vi spiego perché. Quando, alle presentazioni, i lettori mi chiedevano cosa ci fosse di “mio” nei miei personaggi narranti rispondevo “niente, sono solo finzioni!”. Adesso mi rendo conto che la risposta è incompleta.
Per vostra comodità le schedine sintetiche dei tre personaggi.

Corto – skipper di navi di lusso: single, ricorda il nonno di cui porta il nome (non si sa quale sia), parla poco dei genitori, pur vivendo (quando è a terra) nella casa paterna. (scheda sul blog). Ha al suo attivo quattro romanzi e quattro raccolte di racconti (27 racconti).

Bertuccio (Berto de’ Bardi) – maestro del ferro (fabbro) : single, ricorda il babbo (da cui ha ereditato la bottega), ma è soprattutto orgoglioso del nonno Niccolò (anche lui fabbro). (scheda sul blog). Quattro i titoli che lo vedono protagonista narratore.

Idamo Butini- medico condotto: single, non parla dei genitori, vive con l’invadente zia Ida, da che è rimasto orfano (scheda personaggio in preparazione).
Tre i  romanzi ( costituiscono La trilogia del ventennio) che lo vedono protagonista narrante.(scheda del blog)

Narro in prima persona, mi sembra la più adatta per mantenere un buon onesto rapporto col lettore. Fin dal primo romanzo di Corto mi sono preoccupato del problema della narrazione in prima persona: l'ho definito la sindrome di Marlowe. In cosa consiste? Quando l'io narrante è unico, lo è anche il suo punto di vista. Il racconto rischia di essere piatto o comunque dogmatico (C'è, ad esempio, un autore mio corregionale che avolte si dilunga in oziosi sproloqui!). E' per evitare questo (unico neo dei romanzi di Chandler: anche Philp a volte ci marcia!) eccesso di focalizzazione che introduco tanti personaggi, si crea così un effetto caleidoscopio che offre vari punti di vista e di osservazione.
Allo stesso modo cerco di non avere dei detective  "super eroi" o "super geni", ma persone comuni dotate di molta curiosità, una curiosità trascinante che coinvolge i loro amici. Soprattutto non "onniscenti" (alla Sherlock): ci sono gli amici!

Si può così attuare un metodo d'indagine a cui anche il lettore (riconoscendosi in un personaggio) può partecipare: Il metodo del coro. I detective narrante è il direttore del coro e ogni singolo corista contribuisce, con le sue abilità, all'indagine. Le possibilità d'identificazione offerte al lettore sono molte di più! Ma anche i punti di vista per l'interpretazione della realtà: in un noir ritengo che ciò sia fondamentale.

sabato 25 febbraio 2017

Lo spettro di Maigret



DALLE UOVA ALLA COQUE
ALLA PIPA
passando per un Beaujolais



"Uno spettro si aggira per l'Europa: lo spettro del co... mmissario Maigret! Tutte le po... lizie della vecchia Europa si sono coalizzate per fare analisi del DNA contro questo spettro: i processi durano all'infinito e gli errori giudiziari prolificano!"



Una settimana fa ho guardato su NETFLIX il documentario Amanda Knox.   Non voglio entrare nel merito della produzione, che considero fuorviante e troppo orientata a coltivare la personalità di vari attori, Amanda compresa. Ma non posso non citare quelli che mi hanno veramente inquietato:  il magistrato  Giuliano Mignini e il giornalista Nick Pisa. Sono due esempi e ologrammi  dei casi giudiziari più confusionari: il teorico dei teoremi e il cacciatore di scoop.  Ho sempre pensato che in questi delitti, che avvengono in ambienti ristretti, non bastassero i RIS; "ci vorrebbe anche Maigret!". Il pensiero, ovvio, è un po’ banale, mi è ritornata in mente davanti alla TV.  Sul momento me la sono presa con gli inquirenti, la loro tensione che genera assurdi teoremi e la loro sciatteria, poi mi son messo a riflettere.
Quella piccola frase mi ha fatto sorgere un dubbio: quale tipo d’investigatore sarebbe più adatto? Dopo aver messo su per scherzo (più di cinque anni fa) e poi sostenuto (a causa delle tante frequenze) un blog sul genere soft boiled, mi trovo costretto a confrontarmi con altri generi del giallo, poliziesco, hard boiled e classico. A volte la sera a cena con glia amici (niente cene con delitto, per carità!)  coinvolgo tutti nel gioco  d’individuare l’investigatore perfetto per i delitti della provincia italiana.



La provincia italiana, da sempre coltivata come un valore, è in realtà liquida. Nasconde delitti e trame e insabbia tutto, come "sabbia mobile". Lo è sempre stata, come tutte le province del mondo; da tempo immemorabile, si tinge di sangue. Le indagini ristagnano. Ci vorrebbe un investigatore speciale: Maigret. Perché no? La tesi da discutere potrebbe essere: Maigret sarebbe adatto per indagare nelle cittadine di provincia?
Dobbiamo esaminare diversi candidati. Procediamo per esclusione.



Sherlock Holmes, archetipo e modello dell’investigazione scientifica (si ricordi Umberto Eco), credo sarebbe sommerso dai troppi indizi, soprattutto non trovati da lui. Le sue abduzioni (da lui impropriamente chiamate deduzioni) sarebbero subito bloccate per eccesso di dati. Quando ci sono troppe informazioni la fantasia non sposa l’immaginazione: per mancanza di spazio.


Poirot, modello dell’investigatore del giallo classico ce lo vedrei male a Cogne o a Garlasco. In Egitto va alla grande, sulle rive del Trasimeno non ce lo vedo! No, l’investigatore francofono lo escluderei, già è un po’ ridicolo di suo, non possiamo metterlo in situazioni così: poi dovrebbe tagliarsi i baffi per la vergogna!


Miss Marple sembrerebbe più adatta, ma è una detective da villaggio agricolo o da agglomerato padronale, tipo Downton Abbye. Nelle nostre cittadine di provincia, Perugia fa, credo, più di 150.000 abitanti, non si troverebbe a proprio agio.






Passiamo a Marlowe e all’hard boiled, per me comunque indigesto. Quando posso, mangio solo uova al tegamino (“affrittellate” come si dice in toscana), quelle sode mi sembrano cibo alieno, pasticche per astronauti, meglio, molto meglio, se alla coque.
Le metafore quando rivitalizzano le nostre conoscenze comuni hanno presa, come il modo di cucinare le uova: non posso fare a meno di parlarne. Il termine hard boiled nasce da un'espressione colloquiale. Per un uovo, essere "hard boiled" equivale ad essere sodo, duro e irrimediabilmente indigesto. Il classico detective del genere giallo hard boiled (come Sam Spade di Hammett o Philip Marlowe di Chandler), non si limita a risolvere i casi, come Poirot o Maigret, ma affronta i pericoli metropolitani e, con piacere da masochista, si fa coinvolgere in scontri violenti. Il detective hard boiled ha, infatti, qualche genoma di "duro". Questi importanti modelli, impudenti, freddi, irriverenti, cinici e a volte spietati, oggi non potrebbero sopravvivere più di un giorno fuori di una grande metropoli.
Il loro fascino, la loro capacità d’interazione violenta, formidabili fino a tutto il periodo della Guerra Fredda, si scontrerebbero col gretto quotidiano delle nostra provincia. Davanti al pragmatismo economico degli attori delle cittadine padane sembrerebbero fastidiosi, obsoleti, fuori moda nel modo di fare e in quello che dicono.

Un esempio. Vi ricordate? Lei lo guarda e commenta: “Siete alto”. Marlowe è pronto: “Non lo faccio apposta”. In due frasi il primo dialogo che s’incontra ne Il grande sonno. Quando lo lessi per la prima volta, nel secolo scorso, ne rimasi folgorato, adesso mi infonde tenerezza. Se poi lo penso svolgersi a Vigevano, con una piccola imprenditrice locale, mi sembra davvero ridicolo e forse anche penoso.
Rimangono il genere soft boiled e il poliziesco: Corto e Maigret.
Il genere soft boiled nasce nel mondo della globalizzazione, della flessibilità: il detective non può essere duro. Le sue caratteristiche? Rispettoso, emotivo, ironico o sarcastico (lo si capisce da quanto è in collera con l’assassino), determinato con una velatura, solo una nuance, di cinismo. Ironia, cinismo e curiosità, nel caso di Corto lo skipper detective che indaga nelle mie storie, sono caratteristiche evidenti perché è nato e cresciuto a Viareggio. Una vera e propria tara ereditaria.
Sicuramente saprebbe inserirsi nel tessuto sociale di un paese del retroterra della Versilia: Camaiore, Pietrasanta o Massa. In tempi brevi non saprebbe, né potrebbe farlo in Lombardia o nel Veneto. Problemi di lingua e di amici. Ma col tempo, chissà? In Versilia è radicato, sta bene. Le sue donne sanno cucinare alla perfezione e se è in mare c’è Pino, il cuoco di bordo, un vero maestro, soprattutto col pesce. Gli amici poi. Corto ha un sacco di amici: Geco, il Bestia, la Luisa, Ginko, Sughero, don Sesto, la Twina, Rodin,... tutti con soprannome certificato. Amici veri, di basso profilo sociale, con discutibile passato e futuro incerto, ma amici fidati, radicati nella cittadina e pronti a dare una mano. Maldestra, ma è pur sempre un aiuto.



Maigret ha molte referenze. Ha molto indagato nella provincia francese. Sì,  ha a suo merito d’esser un bravo poliziotto (il suo genere è infatti il poliziesco): ciò comporta, rispetto a Corto, vantaggi e svantaggi. Ha il potere, ma trova nelle persone qualche chiusura in più. Sa però parlare con la gente, sondare gli animi ed è anche lui, pur con qualche accento autoritario, terribilmente curioso. Quando indaga in provincia, parte da Parigi e ci si trasferisce, s’intrufola, s’immischia, domanda, osserva, chiede... come Corto e i suoi amici. Maigret però è solo (i suoi agenti assicurano solo servizi fisici e supporto logistico) mentre Corto ha una corte efficiente di amici e sodali. Questo pareggia le potenzialità. Se i tempi sono lunghi. In tempi brevi, mio malgrado, devo scegliere Maigret. La provincia italiana è avvolta dalla nebbia, una coltre che, se non si fa presto, dilata il tempo a dismisura, ovatta i ricordi e tutto assorbe. Maigret, con la sua pipa, sa contrastare la nebbia: avvolge le persone di fumo odoroso, le seduce e le sa far parlare...