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domenica 21 maggio 2017

I saggi del web


Il saggio del WEB
ovvero
il citazionista seriale
come proto creatore di fake news
Ormai è chiaro: il WEB è una montagna ("la montagna") con innumerevoli antri, confortevoli grotte adatte ad ospitare i saggi che solitari meditano, ma non in silenzio: dispensano aforismi a pioggia 24 ore su 24!
Ebbene sì, la montagna partorisce innumerevoli topolini. Inoltre mettendo di mezzo il pensiero altrui pensato altrimenti: citazioni attinte dal pensiero di filosofi, scienziati, attori, calciatori, religiosi, scrittori, poeti, artisti e politici (che già, furbetti come sono, hanno attinto). La maggior parte sono metacitazioni! Penne di pavone usate.

Il problema è che la montagna, grazie alla rete si muove. Così i pochi saggi vengono comunque raggiunti da queste perle di saggezza fritta e rifritta. Loro, premiati d'averti scocciato insistono. E' il destino del citazionista seriale! Il flagello del WEB.
Ma c'è di più, spesso questi sciagurati (mentecatti sarebbe meglio!) non controllano quello che intendono tramandare ai posteri. Creano così false sentenze, notizie fasulle Fake News in  pratica!


Ma vediamo di risalire alle origini. Oscar Wilde era un aforista indomito, anche autolesionista. Sparava aforismi a raffica e a volte, colpendo qualche potente, faceva male a se stesso. Molto male.
Un altro aforista famoso fu Arthur Schopenhauer, ma vestiva panni da filosofo, non da "diverso". Grazie alla sua tuta mimetica da saggio non si fece mai male, anzi brillò assai nei salotti.

Inutile citarli tutti, sono una legione e con nomi parecchio illustri. Terminerò la presentazione con l'aforista più famoso del secolo scorso: Snoopy.  I meriti del cane di Charlie sono indiscutibili. Ha un solo enorme difetto:  abbaia poco, perché pensa per aforismi.
Così facendo offre spunti (pallottole o corpi contundenti) a una pericolosa figura che, ormai da qualche anno, s'aggira nella rete: The Serial Aphorist.
Chi è costui o costei, forse le fanciulle sono addirittura la maggioranza? Userò allora il neutro maschile per semplicità e per non incappare in diatribe di nessun "genere".
E' un parvenu di Facebook o di Twitter, ma, i più scaltri (lo si nota) non di internet: costoro vantano una lunga militanza nella posta elettronica dove si erano allenati, in chat, ad offendere gli interlocutori. Vantano anche qualche espulsione (sono stati "bannati"). Ora hanno messo la testa a posto, per dimostrarlo (o son mosse diversive?) fanno citazioni colte. Nel loro piccolo brain pensano che siano meta offese che solo il destinatario subisce, mentre gli altri, estasiati, mostrano, a colpi di i like, apprezzamento. Purtroppo, tornando al cane più famoso di Rin Tin Tin (e di Rex e Lassie messi insieme), non ne coglie l'ironia, spende frasi a vanvera e le parole di Snoopy diventano intollerabili pedanti sentenze!
Non basta questo per capire veramente chi è.  Occorre anche analizzare, scrutare e comprendere la  mappa del Grande Mare del Web.

Mappa di posizionamento per capire le rotte dei navigatori che si muovono nei Social Network e nel Web in genere. Sugli assi cartesiani si va dal basso all'Alto interesse per il contenuto (x), e dal basso all'Alto interesse per la relazione (y). Gli archetipi (o i personaggi) che si aggirano nei loro riquadri d'elezione sono il Turista, il Navigatore, l'Eroe e l'Attore. LinkedIn, e anche Anobii, si collocano nella zona rossa a destra.
Gli  archetipi:
Turista: ha pochi interessi per tutto, forse sarebbe meglio definirlo "membro per caso". Non disturba, avoltesi associa per poco tempo, poi sparisce, altre volte appare intensamente per pochi mesi, sparisce per altrettanti, poi riappare. Presenza intermittente.
Navigatore: coltiva precisi interessi per i contenuti e li cerca in ogni nodo della rete, ma passa e va, al massimo mette un segnalibro, ma chissà se tornerà?

Eroe: è imprenditore del suo sapere e delle sue relazioni: cerca persone che sanno me vuole scambiare idee. Ha interessi molto forti per i due aspetti. Spesso ha cattivo carattere: non sopporta gli attori.

Attore: è solo motivato dalla relazione, cerca un palcoscenico dove interpretare chi non è! Improvvisamente arriva nella zona rossa e s'intromette in discussioni che non sono alla sua portata, ma all'inizio convince: sa recitare, interpretare bene un "di sè altro" che non è mai stato e che non sarà mai. Un bravo istrione, insomma. Dopo un po' diventa noioso e la sua mania di protagonismo fastidiosa. Da cacciare con lancio di pomodori marci e uova bogliole. Viene "bannato"!

Io credo, ma non ho certezze (in rete vale il detto taroccato: Dubito ergo sum!), quindi non sono convinto del tutto, che ci siano due possibilità. Ma non sono il bivio tra il bene e il male, sono tutte e due sentieri penosamente piccini, dove i pisseri si accalcano!
La prima,  che The Serial Aphorist sia un attore pentito (anche frustrato) che ha deciso di fare il turista. Si è dato un ruolo più tranquillo, le "bannate" l'hanno cambiato, non forgiato. Diciamolo, coi suoi aforismi resta comunque un gran rompiglione!
La seconda, che sia un turista che, subdolamente, prova a diventare attore. Mette aforismi per insinuarsi e farsi notare; un tentativo "pissero" di captatio benevolentiae che però, spesso e volentieri, accumula "piacini".
Nessun dei due tipi mi garba. Li detesto. Inutile ispirarsi a Oscar (il primo) o a Arthur (il secondo). Per me resteranno sempre persone senza spessore e senza qualità. "Chi usa il pensiero altrui per esprimere idee od opinioni, testimonia di non averne di proprie"! Chi l'ha detto? Io, che mi fregio di un "Oscar" senza esserlo, quindi il peggio del peggio! Ma almeno l'aforisma è made in Montani.

domenica 11 dicembre 2016

Pasta gialla: all'uovo!

Dove c'è casa c'è thriller!

Ero rimasto al vecchio spot pubbliciario "Dove c'è Barilla c'è casa!". Si vede che i tempi sono cambiati!
Norman Bates ha smesso di fare l'albergatore e anche l'impagliatore di uccelli e parenti. Non ci pensavo più al buon Norman, ma stamani aprendo La lettura, l'inserto culturale del Corriere della sera, ho letto un titolo che mi ha fatto sobbalzare: Hanno ucciso Agatha Christie. La firma è di Roberta Scorranese che sapevo ottima esperta d'arte (con predilezione per la moderna). "Che c'azzecca?", mi son chiesto alla Di Pietro.
Di solito, prima di affrontare il testo, leggo sempre i sottotitoli e se ci sono gli occhielli. Trattasi di recensione del romanzo La coppia della porta accanto di Shari Lapena (Omen nomen! media giudizi sui Social: non e' il thriller da ritmo da cardiopalma che mi aspettavo, buona lettura da ombrellone). L'ennesimo osannato dal marketing e sotto Natale qualcosa bisogna regalare: perché lambiccarsi?

Il sottotitolo mi fa subito imbufalire: "Le scrittrici di gialli copiano la prosa maschile ma poi trovano un altro colpevole...".  Quando si gerca il genere nel genere, significa che siamo a corto d'idee. Come il riferimento a zia Agatha: RIP!. Nella foto è ritratta la Christie, non Alice!
Conosco valide gialliste, più brave (semplicemente perché sanno scrivere meglio) dei maschietti. E' normale, ora c'è una mandata buona di fanciulle, magari domani no! Ma sono temi oziosi e capziosi.
Sotto un occhiello con una frase riferita a Alessia Gazzola: "oggi nel thriller la scrittura deve essere più incalzante che mai!". Da che pulpito viene la predica!
Veniamo all'articolo. Un testo dettato da esigenze di marketing, poco sentito e poco sincero, ma come si fa a essere sinceri e partecipativi su un tema che poco frequentiamo. La tesi è che le autrici (donne) ti fanno sentoire a casa e poi ti inquietano con un colpo basso! Come se non fosse altro che una delle tecniche del thriller: suspense e sorpresa!
La pasta all'uovo non l'ha inventata la barilla e la suspense non è di matrice femminile... Con questo chiudo, se no mi ripiglia il nervoso.
 

giovedì 18 luglio 2013

Bertuccio visto da una signora di Sarzana (III)

Dov’è Bertuccio?
Si è mosso parecchio furtivo in Sarzana, ma amici lettori fidati ne hanno controllato le mosse.
In attesa di presentare il romanzo a Sarzana vi propongo le riflessioni di una appassionata lettrice, e anche presentatrice, delle gesta di Bertuccio. e' una prima stesura, la versione definitiva potrete sentirla dalla sua voce a Sarzana.
letto e commentato da
Carmen Claps
parte terza
 
Torniamo allo Chevalier. Lo conosciamo rude uomo d’armi. Ebbene, in “Precaria Tempora”, abbiamo una grande sorpresa: si rivela un abile diplomatico, naturalmente su suggerimento, sostegno e ispirazione di Bertuccio. Si, perché il nostro fabbro, nel corso delle indagini, ha alcuni colloqui, fondamentali, ai quali si porta dietro lo Chevalier, ma sarebbe più esatto dire davanti, perché Bertuccio organizza tutto in modo che, per non scoprire le proprie intenzioni, all’inizio a esporsi sia proprio il francese, pronto a cogliere ogni input del fabbro, che fa la parte di un timido accompagnatore, salvo poi venire fuori, quasi senza parere. Lo Chevalier è abilissimo anche in quelli che Bertuccio chiama “colpi di teatro”, cioè vere e proprie messe in scena.
 

Un bell’aiuto a Bertuccio lo da la guest star del romanzo. Chi conosce le precedenti avventure del protagonista sa che gli capita sempre di incontrare personalità del mondo dell’arte, della scienza, della cultura in generale, che, più o meno consapevolmente, finiscono con l’aiutarlo nelle sue inchieste. Tanto per fare qualche nome, ricordo Filippino Lippi, Ludovico Ariosto, Michelangelo, Machiavelli . . . Per la maggior parte queste personalità, quando le incontra Bertuccio, sono ancora in formazione, “saranno famosi”. In modo molto malizioso e intelligente l’autore ce li descrive che già hanno in embrione i loro grandi progetti, magari senza rendersene conto. Oscar ne omette quasi sempre il cognome, del resto non sono ancora nessuno . . . Qualcuno, invece, è già un grande, per esempio Leonardo, protagonista di un episodio memorabile, Marsilio Ficino, il Sangallo. L’autore ce li presenta in modo molto intrigante: capiamo subito, chissà perché, che quello che sta entrando in scena non è uno qualsiasi. E comincia a fornirci indizi e dettagli come tessere di un mosaico; ne nasce quasi un gioco, un indovinello, una caccia non al tesoro, ma al personaggio. La presenza di questi personaggi in quei luoghi a quelle date non è storicamente documentata, ma è storicamente accertato che avrebbero potuto esserci.
 

Naturalmente anche in questa sua avventura Bertuccio incontra qualcuno che diventerà non importante, ma addirittura fondamentale per l’umanità Nicolò Copernico. Per una curiosa combinazione a un Nicolò ne subentra un altro. Infatti il giovane Machiavelli si è appena congedato da Bertuccio e la sua corte ai piedi della rocca dei Malaspina e subito ecco Copernico. Sarà solo un caso, visto che anche il nonno di Bertuccio, figura per lui fondamentale, si chiamava Nicolò? Copernico è ancora un giovane studente; leggetevi l’efficacissimo ritratto fisico, che, come sempre, nel nostro autore finisce per essere un ritratto psicologico. Copernico si rivela già innamoratissimo ed espertissimo delle stelle, oltre che dal punto di vista squisitamente scientifico anche da quello mitologico e letterario. Il nostro ha già elaborato la sua rivoluzionaria teoria eliocentrica e questo è per lui croce e delizia, perché è perfettamente consapevole del fatto che divulgarla è rischiosissimo: una tale costruzione infatti va a scardinare sistemi millenari intoccabili.
 

Bertuccio lega quasi subito con quello strano studente aspirante prelato, così acuto, così prudente e riservato e, man mano che la conoscenza e la confidenza tra i due si approfondiscono, il legame si rafforza. Qui c’è un altro aspetto fondamentale del romanzo, mi spiego. Naturalmente Bertuccio riesce a scoprire la verità su quelle tre morti, ma, come sempre nelle sue indagini, è una verità che non può essere resa pubblica, prima di tutto perché la responsabilità dei tre omicidi ricade su alte, altissime personalità e poi per la gravità del movente. Così viene ufficializzata una verità di comodo, che sfiora soltanto la verità vera e, di conseguenza, anche la pena comminata sarà assolutamente sproporzionata (in difetto, intendo) e ridicola. Per questo, Bertuccio confessa di doversi turare il naso, di dover sopportare una nausea indicibile, di vergognarsi di se stesso per essere andato contro i suoi principi e la sua natura. Comunque ammette che il suo tormento è nulla in confronto a quello del suo amico astronomo: lui deve tacere una verità di interesse assai circoscritto, una verità hic et nunc. Nicolò, invece, come abbiamo detto, ha scoperto una verità di portata cosmica, tanto rivoluzionaria che teme dovranno passare almeno due o tre papi perché possa essere accettata. Molto ottimista! Sappiamo bene, infatti, che perché la Chiesa la accolga e porga le sue scuse ufficiali a un certo Galileo ci vorrà, che combinazione, un polacco che lo riabiliterà nel 1992, a 359 anni dalla condanna.
Fantasia sfrenata, storia, riflessioni: nel romanzo c’è proprio di tutto, quindi può accontentare ogni tipo di lettore.
(fine) 
 
Carmen Claps
 

lunedì 15 luglio 2013

Bertuccio visto da una signora di Sarzana (II)

Dov’è Bertuccio?
Si è mosso parecchio furtivo in Sarzana, ma amici lettori fidati ne hanno controllato le mosse.
In attesa di presentare il romanzo a Sarzana vi propongo le riflessioni di una appassionata lettrice, e anche presentatrice, delle gesta di Bertuccio. e' una prima stesura, la versione definitiva potrete sentirla dalla sua voce a Sarzana.
letto e commentato da
Carmen Claps

parte seconda
 
 
L’autore ci regala, come sempre, tante di quelle che io chiamo digressioni perché al momento non ho pronto un altro termine, ma definirle digressioni è completamente errato. Mi spiego: la parola digressione è formata dal prefisso negativo dis e dal verbo gradior, camminare; indica quindi una deviazione, un uscire dal percorso prefissato, un andare fuori strada. Quelle di Oscar non sono deviazioni, sviamenti dal percorso principale, cioè non sono aridi riempitivi o borioso sfoggio di cultura quizzarola, ma sono assolutamente funzionali all’economia del romanzo, vengono fuori nel modo più naturale, sono trattate in maniera leggera e colloquiale, comprensibilissima; inoltre stimolano ad approfondire quegli argomenti. Mi riferisco, per esempio, alle note sull’aconito e la cantarella, sulle sfere armillari, sui catari. Come vedete, Oscar si può permettere il lusso di spaziare un po’ in tutti i settori del sapere.
 


Bertuccio, il protagonista assoluto. Già nella prima pagina, nei primi periodi, Bertuccio è presentato, anzi, si presenta nel modo più chiaro e completo nei lati più importanti della sua personalità proprio in poche righe. E’ una specie di carta di identità del suo carattere. Bertuccio ci fa capire che è in fuga dalla sua Montevarchi per sottrarsi alle vendette di notabili, dei quali ha scoperto i classici scheletri negli armadi, a causa della sua mania di “svelar misteri”. Ci dice anche che è orgogliosissimo del suo mestiere, cosciente della sua abilità ma anche del fatto che può ampliare le sue conoscenze. Conoscere, conoscere qualsiasi cosa, è l’aspirazione e la gioia più grande del nostro, tanto che fa dell’Ulisse dantesco il suo ideale di uomo e del “fatti non foste . . . “ il suo manifesto. Inoltre attribuisce una grande, grandissima importanza all’amicizia: è sempre in gruppo, anzi, a capo di un gruppo e anche nel suo esilio volontario ha con sè tre amici fidati che, inutile dirlo, gli danno un bell’aiuto nelle indagini, seguendo le sue indicazioni e i suoi ordini. Del resto, anche gli altri due protagonisti di Oscar sono al centro di una corte eterogenea e bizzarra. Poco più avanti, tra le righe, emerge un altro lato fondamentale del suo carattere: il debole per il gentil sesso, attenzione peraltro ricambiata. Guarda caso, il nostro, che a Montevarchi ha lasciato una specie di fidanzata, Marta, in ogni sua avventura si trova ad aver a che fare con avvenenti fanciulle e signore, che rimangono invariabilmente folgorate dal suo modo di fare, a metà tra il timido, il misterioso, il candido, lo scanzonato. Qui, in “Precaria Tempora”, vediamo Bertuccio vivere tra l’altro una rovente notte d’amore: un brano veramente magistrale, perché assolutamente alieno da toni volgari o pornografici o compiaciuti, che, del resto, non sono nelle corde del nostro autore. Con grande eleganza, Oscar accenna, suggerisce, lasciando lavorare la fantasia del lettore. In questo modo tratta, è inevitabile, anche gli altri suoi due investigatori: vi ricordo una splendida scena d’addio ne “La ragazza dello scambio”, di cui è protagonista Idamo e, per quel che riguarda Corto, una nottata a metà tra il surreale e il sognato in “Eikones”.
Chi lo incontra rimane stupito dal fatto che un semplice fabbro sia così colto, profondo nelle sue riflessioni e arguto. Per questo lo accompagna la solita colonna sonora, quella domanda che ben conosciamo: “Mastro Bertuccio, siete sicuro di voler fare solo il fabbro?”, posta, di volta in volta, con scherno, ironia, rispetto o meraviglia. Bertuccio reagisce nello stesso tempo con compiacimento e irritazione; comunque ci è talmente abituato che, talora, riesce addirittura ad anticiparla.
 

In questo romanzo Bertuccio è soggetto ad un’evoluzione, anzi ad un approfondimento. Per arrivare a questo, bisogna prendere in esame il titolo del libro, “Precaria Tempora”. L’aggettivo precarius deriva da prex, preghiera, e sta ad indicare qualcosa che si è ottenuto con una richiesta e che durerà il tempo che piacerà al concedente, quindi, necessariamente, qualcosa di temporaneo. Ecco: l’aggettivo precario è il ritornello che ci accompagna per tutto il corso della vicenda. Significativo il fatto che questo aggettivo compaia esclusivamente sulla bocca di Bertuccio, attribuito a più sostantivi. Intanto, i “tempora”. Proprio nelle note introduttive del suo manoscritto il nostro sgombra subito il campo da ogni possibile equivoco e ci spiega come vede il suo tempo in modo che più chiaro non si può. Poi, per tutto il corso della vicenda, continua a puntualizzare che “precaria tempora currunt”. E se sono precari i tempi, gioco forza, si sente precario anche lui. Bertuccio è il rappresentante perfetto dell’uomo che vuole lasciarsi alle spalle il vecchio con tutti i suoi lati negativi e conquistarsi il nuovo, avido com’è di fare nuove conoscenze, sicuro che queste potranno migliorare il mondo. Ma è altrettanto consapevole del fatto che il vecchio è duro a morire, troppi interessi lottano per lasciare le cose così come stanno e che il nuovo è ugualmente difficile da raggiungere. Quindi Bertuccio precario in un tempo precario, di passaggio, ma precario anche nello spazio, visto che, ovunque vada, non può fermarsi più di tanto perché, come afferma lucidamente lui stesso, il suo vizio di svelar misteri gli provoca odi inveterati. Bertuccio è perfettamente conscio di questa precarietà, precarietà del suo tempo in generale e sua personale; come vi dicevo pocanzi, lo ribadisce continuamente, di volta in volta con sfumature diverse: amarezza, rabbia, impotenza e perfino malizia, perfettamente mascherata da rammarico, come quando si trincera dietro questa sua precarietà (nella fattispecie esclusivamente economica) per rifiutare in modo elegante le avances di una fanciulla bella, nobile, intelligente e straordinariamente intraprendente per quei tempi. Ecco, la presa di coscienza di questa precarietà è la nota nuova del nostro investigatore, che lo rende straordinariamente moderno e tormentato. Del resto, anche gli altri due investigatori di Oscar sono contraddistinti da profondi rovelli interiori, quelli di Corto, lo skipper nostro contemporaneo, sono di natura esclusivamente personale e privata. Idamo, invece, che si trova a vivere nel ventennio fascista, deve fare i conti con la situazione socio politica e la sua progressiva presa di coscienza di ciò che lo circonda.
Altro grande tormento per Bertuccio le indagini, o meglio, il risultato delle indagini. Ci arrivo tra un attimo ma prima sono necessarie due parole sul suo modo di investigare. Intanto Bertuccio è assolutamente abusivo: gli chiedono aiuto persone normali, anzi, popolani, accusati ingiustamente per coprire degli intoccabili; sono dei poveracci che non possono, per la loro situazione sociale ed economica, sperare in una giustizia giusta. Così il nostro deve indagare nell’ombra (letterale e metaforica). Lo sappiamo, non è un investigatore solitario, ma si avvale dell’aiuto di fidati collaboratori, che con lui rischiano e sfidano il sistema. Ad ognuno di loro, a seconda delle rispettive competenze e attitudini, affida, di volta in volta, i vari incarichi. Bertuccio ha al suo fianco anche il comandante della guarnigione francese di Pietrasanta, lo Chevalier di Balibari. Questo nome vi ha senz’altro evocato qualcosa, quindi piccola parentesi riguardo ai nomi scelti da Oscar. Il nostro autore è sempre attentissimo all’attribuzione dei nomi ai suoi personaggi, nomi che non sono mai banali o casuali. Possono alludere all’aspetto fisico, psicologico, all’attività, oppure possono evocare riferimenti letterali, storici, artistici. Oltre a lo Chevalier, in “Precaria Tempora”, incontriamo una gustosa figuretta, una governante di nome Filippa, chiamata sempre e soltanto Pippa. Vi viene in mente nessuno? Guarda caso, la nostra governante è dotata di uno smisurato lato B e in una certa circostanza dà un bell’aiuto a Bertuccio a poderosi colpi di chiappe. Vi ho parlato poi di Maddalena, una delle vittime. Veniamo a sapere che arrotonda i magri introiti della sua taverna con certi traffici ed ha certi trascorsi. Ora, dai tempi del Vangelo, Maddalena è sinonimo di donna con una certa condotta di vita. Poi c’è Pietro, un garzone della taverna, che apre a Bertuccio le porte non del Paradiso, ma di una cantina dove il nostro trova un pezzetto di Inferno. Chiusa parentesi.
 

giovedì 11 luglio 2013

Bertuccio visto da una signora di Sarzana (I)

Dov’è Bertuccio?
Si è mosso parecchio furtivo in Sarzana, ma amici lettori fidati ne hanno controllato le mosse.
In attesa di presentare il romanzo a Sarzana vi propongo le riflessioni di una appassionata lettrice, e anche presentatrice, delle gesta di Bertuccio. e' una prima stesura, la versione definitiva potrete sentirla dalla sua voce a Sarzana.
letto e commentato da
Carmen Claps


parte prima

Un’altra appassionante avventura che ci catapulta ancora una volta a fine 1400 in compagnia di Bertuccio, il fabbro armaiolo di Montevarchi con l’hobby, ma sarebbe più esatto dire con l’ ossessione di “svelar misteri”. Questa volta lo scenario delle sue indagini è Sarzana, una delle tappe della sua fuga dalla nati a Montevarchi verso la  Provenza. Il protagonista avrebbe l’intenzione di imbarcarsi a Bocca di Magra con le truppe francesi di Carlo VIII che stanno lasciando l’Italia, ma rimane bloccato da una furiosa e strana tempesta; nell’attesa, guarda che combinazione, è chiamato a far luce su tre efferati delitti che si verificano nel centro della nostra città a poche ore di distanza l’uno dall’altro.  
La prima vittima è  tra i membri della Curia vescovile. Un delitto all'interno del vescovado stesso: interessi politici o economici? E' il Vescovo il vero obiettivo? Sua Eminenza ha fatto imprigionare il presunto colpevole. Appena Bertuccio giunge in città per scagionarlo avviene un altro delitto. La seconda vittima è tra il popolo, per le vie della città: che legame ci può essere? Infine viene ucciso un contabile, mentre lavorava assorto in  casa sua.
A Bertuccio l’arduo e ingrato incarico di scoprire moventi, eventuali mandanti ed esecutori e collegamenti fra i tre omicidi, perpetrati, non l’avevo ancora detto, con le stesse strane modalità.

 


Quanto alla struttura esterna, la narrazione è, come sempre nei lavori di Oscar, in prima persona, affidata al protagonista e questo conferisce al racconto maggiore spontaneità e partecipazione. Bertuccio scrive le sue memorie parecchio tempo dopo che i fatti si sono verificati, cioè una volta giunto a destinazione in Provenza: per questo i verbi sono coniugati al passato. Come sempre nelle sue avventure, Oscar si spaccia per curatore di un manoscritto recuperato nel modo più casuale e fortunoso e questo espediente è tanto godibile che il lettore vuole crederci.

Siamo nel 1496, momento storico importantissimo, complesso, per non dire confuso e al proposito il nostro autore fa un lavoro davvero eccezionale. Mi spiego: ci presenta Bertuccio che si trova in mezzo ad eventi epocali (la discesa di Re Carlo, la sua successiva ritirata e tutti i fatti collegati). Ebbene, il nostro fabbro ce li racconta e ce li commenta proprio mentre si stanno verificando, in  diretta, con gli occhi di chi non poteva assolutamente prevedere che avrebbero fatto la storia, quella con la S maiuscola. Così, questa viene a fondersi e a confondersi con la storia privata di Bertuccio, della gente comune, della povera gente che lo circonda. Ed in fondo è proprio così, se ci pensiamo bene: l’una è fatta e fa l’altra.

Naturalmente anche in questo, come in tutti i lavori di Oscar, anche quelli dedicati agli altri suoi investigatori, Corto, lo skipper di Viareggio e Idamo, il medico di Montevarchi, grande importanza ha la scansione temporale. Per non annoiarvi, mi limito alle avventure di Bertuccio e vi ricordo che ognuno dei quattro racconti di “Mala Tempora” si svolge in ognuna delle quattro stagioni dell’anno. “Nova Tempora” ricopre l’arco di un anno solare. Qui tutto si svolge in tre giorni, diciamo la durata di una libecciata. Da questo potete capire quanto la narrazione risulti serrata, un susseguirsi di eventi e di colpi di scena da lasciare senza respiro personaggi e lettori: intendo crimini, indagini e scioglimento.

E’ una bella prova d’autore, come lo è il fatto che Oscar dissemina il testo di una quantità incredibile di indizi, ma in modo che neppure la più esperta ed abile mente criminale riesce a coglierli e collegarli così da anticipare la conclusione. E’ una caratteristica del nostro autore: penso che nessuno possa arrivare a individuare i colpevoli, per esempio, de “L’0ro degli aranci” o de “La ragazza dello scambio”, tanto per citare due romanzi abbastanza lontani tra loro nel tempo e dedicati agli altri suoi due investigatori.

Ancora, la ricostruzione del periodo. Bertuccio ci ha già fatto conoscere, in modo molto vivo e direi esauriente, la vita quotidiana della sua epoca: usi, abiti, arredamento, cibi, mestieri, passatempi. Qui, in “Precaria Tempora”, abbiamo un ulteriore approfondimento, direi addirittura qualcosa di ancor più meticoloso e raffinato. Intendo il fatto che il protagonista, allontanandosi dal suo Valdarno, sottolinea e commenta le differenze spicciole che ha trovato in questa strana terra di confine. Un esempio? Il pane, che in Toscana prepariamo senza sale, mentre qui viene salato. Importante, inutile sottolinearlo, la ricostruzione della struttura sociale, di tipo piramidale, con al vertice la nobiltà e soprattutto la Chiesa, con il suo potere, direi strapotere, politico, economico, amministrativo. Il popolo non riesce nemmeno a pensare di poterlo mettere in discussione: è un dato di fatto radicato al massimo. Al proposito, vi raccomando la descrizione della cattedrale preparata per il funerale del diacono, funerale che si risolve in una ulteriore ostentazione dell’opulenza e del potere della Chiesa: nulla a che fare con il sacro e il santo. E il popolo accresce la sua sottomissione verso quell’istituzione. La Chiesa è presentata in affari esclusivamente terreni, politici ed economici, per concludere i quali intesse tremendi intrighi, non si ferma davanti a niente, aliena da ogni scrupolo nell’usare qualsiasi mezzo. Non dimentichiamo che il Papa regnante (attributo quanto mai calzante) è Rodrigo Borgia, Alessandro VI . . .

 

Non vi dico nulla di nuovo se sottolineo l’attenzione massima del nostro autore al linguaggio, la ricostruzione meticolosa del lessico e della sintassi dell’epoca. Questo emerge in particolare nei dialoghi, che sono fondamentali nell’economia della vicenda, ma è rilevabile anche nelle parti narrative. A questo proposito, vi voglio segnalare l’uso sapiente degli ablativi assoluti, poi quei periodi brevissimi, folgoranti, che cadono come macigni a evidenziare, di volta in volta, ironia, rabbia, tensione ecc. ecc. Infine una punteggiatura molto originale e raffinata, perfetta per rimarcare ulteriormente il contenuto.

Altrettanto abile Oscar nelle descrizioni: paesaggi, interni, persone. Ce lo dimostra proprio in apertura, con quella strana tempesta, da cui scaturisce poi tutta la storia: un quadro realizzato con pochissime pennellate, ma più che sufficienti. Aggiungerne altre avrebbe significato sciuparlo. E poi Sarzana. La vicenda si svolge in quello che ora è il cosiddetto centro storico: la Pieve di Sant’Andrea, la Cattedrale di Santa Maria, il Vescovado, il Torrione San Francesco e poi alcuni palazzi gentilizi: quello dei Buonaparte, dei Parentucelli, dei Remedi. Piccolissima parentesi per dire che Oscar ci offre l’opportunità di interessantissimi incontri proprio con alcuni di questi notabili. A voi il piacere della scoperta. E’ davvero emozionante vedere ed entrare addirittura in quegli edifici. E’ come una visita guidata nella nostra città, una visita guidata anche nel tempo, cosicché viene voglia di riscoprire quei luoghi, quelle costruzioni che ormai, per l’abitudine, non vediamo più. Ma c’è un altro motivo che rende quelle descrizioni così intriganti: l’atmosfera. Mi spiego: la maggior parte degli eventi, specie quelli più importanti avviene di notte, nel buio più completo o in una penombra ancora più angosciante, quando a illuminare la scena ci sono candele fioche o, peggio ancora, il bagliore delle lame di affilatissimi pugnali, intinti in veleni per i quali non si conoscono antidoti. E in questi begli scenari vediamo strisciare, rasente i muri, ombre non identificabili, avvolte nel loro lucco rigorosamente nero. Oscar è maestro di queste scene, lo sappiamo: ricordo, per esempio, un inseguimento mozzafiato e poi la scena finale in “Eikones”; una processione ne “L’oro degli aranci” e un agguato ne “La ragazza dello scambio”.

 

giovedì 13 giugno 2013

Recensione di Precaria Tempora

Un recensione che vi consiglio
 
 


<< Viaggiamo a ritroso nel tempo, con il nuovo romanzo di Oscar Montani. Torniamo, per l’esattezza, al 4 aprile del 1496 e, per chi è un appassionato dei romanzi giallo-storici di questo autore, basterà il titolo e la datazione per immaginare il protagonista: Berto de’ Bardi, detto Bertuccio, maestro dell’arte dei fabbri ferrai et armaiolo.
Si finge curatore dell’opera, Oscar Montani, che nel maneggiare la pergamena da cui trasse Nova Tempora nel febbraio del 2011, si accorge per caso che la canna di bambù che la avvolgeva conteneva nel suo interno un manoscritto segreto. Ed è questo manoscritto che andiamo a leggere con gran curiosità.
È quindi Bertuccio la voce narrante, che ci raccomanda grande segretezza sulla vicenda che va a raccontare, a meno che non siano trascorsi quindici lustri. Se, dunque, la matematica non è un’opinione sono trascorsi ben più dei settantacinque anni richiesti e possiamo immergerci nella storia senza tema di guai o di rappresaglie o, peggio ancora, di vendette o di sicari che – come ben sappiamo dai precedenti romanzi – tanto teme il protagonista di questa storia. ... >>
La recensione integrale (ad opera di Elena Zucconi) la potete leggere qui: Blog di Giuseppe Previti o del commissario Maigret .

lunedì 13 febbraio 2012

Presentazione EIKONES-Sarzana (II)


E I K O N E Ʃ
di
Oscar MONTANI

di Carmen Claps
  Trascrizione (estratto) della presentazione fatta a Sarzana
il 21 gennaio 2012
(seconda parte)


… il gabbiano. Solitamente questo volatile suscita immagini di libertà, di maestosità invece, in questo romanzo tutt’altro: i gabbiani sono anch’ essi prigionieri. Corto si aggira sperduto in un labirinto terreno e i gabbiani vanno a sbattere disperati contro gabbie più o meno inesistenti nel cielo.
“Roteavano come prigionieri di uno spazio ristretto . . . . . più che roteare, gli uccelli erano costretti a rimbalzare verso il centro; da lì tentavano subito una nuova fuga. Se anche ci fosse stato un varco verso il cielo libero, non l’avrebbero mai trovato.”(pag. 15).
… i gabbiani, … vengono ad arricchire di un ulteriore tassello la personalità di Corto … per rilassarsi o per meditare, ama mettersi al timone o sdraiarsi sulla sabbia a osservare il volo dei gabbiani. … , bisogna osservare che c’è un altro grande uccello strettamente legato a Corto, l’albatros.


Il suo nuovo amico, … consiglia a Corto di superare i gabbiani, di volare più in alto di loro, di fare come l’albatros, che … domina tutto dall’alto. Solo in questo modo il nostro sarà finalmente in grado di “vedere” il suo labirinto e di uscirne. …
Per uscire dal labirinto il nostro skipper come filo di Arianna ha a disposizione gli amici della darsena: … “un poliziotto sempre triste dai dubbi trascorsi e in cerca di improbabili rivincite; un fotografo sciatto e approssimativo che pensa d’essere un genio perché maneggia bene il computer, un ex ladro dall’aspetto laido che fa il surf con i ragazzini, una fissata . . . . . ”(pag. 106). Gli amici … lo aiutano in ogni modo nelle sue indagini. Certo non hanno a disposizione gli strumenti dei RIS: la loro tecnologia si ferma al laboratorio del Bestia, un fotografo che vanta la sua high-tech e all’acume di Teddi, una ex pregiudicata, redenta da una suora spagnola tutta particolare, suor Jimena; Teddi ora fotografa d’arte sacra. Per intrufolarsi a fare perquisizioni più o meno legali in tutta agilità, c’è Geco un ex ladro acrobata, ora istruttore di free-climbing in una palestra, con lo strano hobby del surf. Se le cose sono molto complicate e c’è bisogno di un aiuto particolare, c’è Ginko, il sagace poliziotto, con trascorsi strani e mai del tutto chiariti, … che non vede l’ora di avviare indagini parallele, cioè autonome, cioè proibitissime. E poi ci sono le ragazze, tuttofare, pronte a collaborare in qualsiasi modo, la Twina e la Luisa, la Luisa una ex di Corto. …
Il gruppo, appena intuisce che Corto a Istanbul, … si trasferisce senza esitare in blocco in Turchia per dare una mano al suo capo. Magistrale la scena in cui vediamo all’opera la corte tutta insieme ed è un’occasione piuttosto rara. Si tratta di una coinvolgente scena d’azione, “girata” in un luogo speciale: il Gran Bazar.



 Inappuntabile per ritmo, per ironia, per i colori; è una sequenza cinematografica perfetta.
“All'improvviso un ciclista vestito giallo oro fosforescente, un super eroe, si parò di traverso cinquanta metri davanti a *******. Rifletteva un luccichio inquietante. ******* ebbe solo un attimo di esitazione, poi continuò a correre. Voleva travolgerlo, ebbi paura per la Luisa. All'improvviso due figure, uscendo dall'ombra si pararono proprio davanti al ciclista e spararono due lampi di flash. ******* rallentò, colto di sorpresa era rimasto accecato. Il cane guaì. Io non avvertii nessun fastidio, ero troppo distante. Tutti avevano fatto la loro parte, ora toccava a me. Cercai di correre più svelto, ma mi sentivo imballato.
Un secondo dopo, da un'insegna appesa alla volta che copriva la strada, balzò giù un animale nero, ...”(pagg. 328-329)
(******* per non fare anticipazioni)
… la new entry  è … Fathim, turco, ex ladro, ex lottatore della squadra olimpica a Montreal nel 1976. E’ un personaggio che viene fuori a tutto tondo gradatamente, scena per scena. La sua prima apparizione è quella di un gigante (un metro e novanta per 180 chili), che cammina ansimando per l’eccesso di grasso e in quel bestione, a prima vista, faticheremmo a immaginare una mente riflessiva. E invece Fathim comincia subito a sorprenderci: si rivela ben presto un acuto osservatore, … è a lui che Corto racconta la sua vicenda. Grazie a una profonda, insospettabile sensibilità, a una acuta intuizione, Fathim rivolge al nostro domande, gli fa osservazioni, gli da consigli preziosi, sempre con un tono leggero ed ironico ed il nostro confessa: “Tu sei il mio filo di Arianna”(pag. 200). La profondità delle sue riflessioni, la validità dell’aiuto, fisico e psicologico, che presta a Corto sono mimetizzate in siparietti esilaranti: innanzitutto, ve l’ho anticipato, la descrizione del suo aspetto, quello strabordante ammasso di carne, imprigionato in abiti piuttosto improbabili e sempre di una taglia inferiore, poi il suo buffo, ma tenero rapporto con la moglie Soraya, che lo rimpinza di terrificanti frittate di cipolle, che impestano con il loro olezzo cose e persone tutt’intorno. Ancora, il suo sogno di ottenere un posto fisso come guardiano nei musei, ora è precario. A forza di ascoltar le guide, è diventato un vero esperto d’arte e spesso con Corto fa sfoggio del suo sapere, con un tono a metà tra l’orgoglioso e lo spontaneo. … Fathim stravede per Corto, collabora con lui in ogni modo, lo accompagna nelle sue indagini più delicate, tanto da beccarsi anche delle coltellate, . . .  
Tanti i personaggi che meriterebbero un cenno, anche più di un cenno: Rampino, al secolo Alexis Panagulis, che, in pratica, da il via alla vicenda, un ladro che si imbarca in un’impresa più grande di lui, poi Anhja, la guida russa che Corto trova a San Pietroburgo. Inoltre tanti cammei. Ma, per motivi di tempo e spazio, li sacrifico alla figura più grande, una donna e Oscar ci ha abituato a grandi figure femminili. Si tratta di Natalia Sierpinski, la sorella del socio russo di Gentileschi, il capo di Corto. Come vi anticipavo, è una figura titanica, da tragedia greca. Il suo ruolo è racchiuso fra un’entrata e un’uscita di scena veramente memorabili, degne di un’autentica prima donna quale lei è. Intanto, sentite il suo ingresso in scena: “Una signora altera, elegante, vestita completamente di nero, con grandi occhiali scuri. Solo una sciarpa di seta rossa ravvivava la sua figura. Un cappello a falde larghe le copriva i capelli. Dai riflessi del sole su qualche ciocca calata sulla nuca li intuii più volte ritoccati sul biondo chiaro”(pag. 39). Quanto all’efficacissima descrizione dell’aspetto fisico di Natalia, ve la lascio godere attraverso una lettura personale. Per quello che riguarda la sua personalità, è estremamente complessa. Intanto, vuole imporre la sua volontà, senza discutere e ci riesce sempre con chiunque, escluso, naturalmente, Corto, che, un po’ con l’ironia, un po’ con la forza, sa farsi volere. Per questo, Oscar la assimila spesso ad una divinità, appunto per sottolineare questa barriera che lei intende creare fra sé e i comuni mortali. Altro splendido paragone è quello con la polena, perché Natalia se ne sta spesso a prua a godersi il vento, un po’ per sincero piacere, un po’ per far scena, per quella teatralità che sempre impronta il suo comportamento. Altro paragone, la statua. Come le statue, Natalia ci è presentata quanto mai fredda, sembra immune dalle emozioni dei comuni mortali, ma, fra le righe, Oscar ci fa capire che ne ha provate e ne prova di intensissime. Solo, cerca di soffocarle, per restare fedele al personaggio che si è creata. Quanto alla sua uscita di scena è perfettamente in linea con il personaggio: purtroppo, a fine vicenda, la dea deve scendere dall’Olimpo, la polena deve ripiegare le sue ali, ma non rinuncia alla sua regalità (pag. 349). Oscar mi ha spiegato che per il congedo di Natalia si è ispirato a un quadro di Arnold Boecklin, un pittore simbolista dell’Art Nouveau, intitolato L’isola dei morti, …
Concludo, come è mia abitudine, con una brevissima nota sulla scrittura di Oscar: modernissima, scorrevole, eppure rigorosa. Qui, più che negli altri suoi lavori, c’è la partecipazione di personaggi stranieri, russi, greci, turchi, tedeschi, quindi, gioco forza, la lingua toscana, che domina incontrastata, soprattutto nei racconti, qui è un po’ più compressa, ma trova ugualmente il modo di farsi valere, con il richiamo a gustose costruzioni sintattiche e a certi termini.

Carmen Claps (2-fine)

domenica 12 febbraio 2012

presentazione EIKONES-Sarzana (I)


E I K O N E Ʃ
di
Oscar MONTANI

di Carmen Claps

  Trascrizione (estratto) della presentazione fatta a Sarzana
il 21 gennaio 2012
(prima parte)



Un’altra … inchiesta di Corto , lo skipper viareggino … già protagonista di due romanzi e tre raccolte di racconti. … i racconti si svolgono tutti a terra, Corto indaga “da sbarcato”; nei romanzi, Viareggio, la Versilia, la Toscana in genere rappresentano solo il campo base … Corto … indaga durante la navigazione,  … in “EIKONEƩ” siamo catapultati dalla darsena di Viareggio, attraverso fulminee, ma significative escursioni a Pietrasanta e Lucca, fino a San Pietroburgo e Istanbul, passando per Creta.

… “EIKONEƩ”? … il titolo, come sempre nei lavori di Oscar, anche in questo caso, il titolo è quanto mai importante, malizioso e, se vogliamo, racchiude tutta la storia. Peccato, o per fortuna, che il lettore non lo sa. I titoli, in Montani, hanno sempre valenza molteplice. In questo caso, intanto, l’aspetto più evidente è il fatto che Eikon è il nome di una splendida nave, di proprietà di Natalia Sierpinski, la sorella del socio russo di Gentileschi, il capo di Corto. L’imbarcazione, in vendita, si trova a San Pietroburgo. Il grande capo ha intenzione di acquistarla per ampliare la sua flotta; quindi spedisce a San Pietroburgo il nostro protagonista per … decidere se sia o meno il caso di concludere l’affare. … il lettore, si accorge subito che la nave è avvolta in un’atmosfera decisamente poco limpida. Secondo aspetto: il termine icona evoca immediatamente l’ambito dell’arte, sacra in particolare e infatti, proprio a San Pietroburgo, Corto viene a scoprire un complicato e pericoloso traffico di opere d’arte. Terzo e più sottile aspetto è l’altra accezione del termine greco eikon, cioè somiglianza, similitudine, … da San Pietroburgo, una catena mozzafiato di eventi attende il lettore, un susseguirsi di colpi di scena; … fino al finale, … il colpevole è un’autentica sorpresa:  … Tutto ha preso le mosse in un passato abbastanza lontano, cioè nell’Armenia di fine ottocento. Questo non sorprende chi conosce le opere di Oscar, … anche la vicenda de “L’oro degli aranci” ha origine intorno al 1500 per opera di un pirata turco. Il nostro autore è abilissimo a costruire storie assolutamente attuali affondandole in un passato così remoto.

La struttura del romanzo:   l’autore adotta la tecnica del flash back. … Noi entriamo in medias res, cioè Corto racconta ad un amico, una gustosa new entry di cui parleremo tra poco, quando la vicenda è già abbondantemente avviata. … in questo modo il lettore viene messo al suo stesso livello: man mano viene a sapere quello che sa lui, partecipa dei suoi dubbi, delle sue emozioni, delle sue paure e, soprattutto, si mette in competizione con lui nella risoluzione del caso. C’è da dire che Corto racconta sì all’amico per avere conforto e consiglio, ma, soprattutto, racconta a se stesso per fare chiarezza. Lo dice esplicitamente: “Quando racconto ricordo, collego, analizzo”(pag. 209). …

Sempre per quel che riguarda la cornice, come al solito nel nostro autore, sono eccezionali le descrizioni. Oscar ambienta i suoi lavori nei luoghi che gli sono più cari e ne tira fuori brani di vera e propria poesia. Penso, per esempio, a Viareggio nel prologo e nell’epilogo di “Viareggio piccoli delitti imperfetti”, a Washington ne “La Delta velata”, a Siviglia ne “L’oro degli aranci”, ma questi sono solo pochi esempi che mi si affacciano alla memoria in questo momento. Anche in “EIKONEƩ” c’è l’imbarazzo della scelta. Io mi soffermo su Lucca, Lucca del passato, vista attraverso gli occhi del nonno di Corto, il nonno portatore di saggezza, memoria storica, che assurge quasi a figura mitica. Non è una Lucca descritta nei suoi aspetti materiali ma nella sua atmosfera più intima.


“Lucca si sveglia seguendo precisi rituali e antichi ritmi sociali. Alle cinque cominciano a circolare i carretti e i barocci carichi di frutta, patate e ortaggi degli ortolani che hanno gli orti nella piana fuori le mura. Entrano dalle porte, che gli architetti militari hanno fatto strette, facendo fuori una lunga rumorosa fila. Appena dentro sciamano nel labirinto di stradine per fare il giro delle botteghe, ma la maggior parte va in piazza Anfiteatro: lì hanno le bancarelle. Noi garzoni dei fornai s'arrivava poco dopo, col carretto o con la bici. Io avevo una bici pesantissima, con due enormi ceste, una davanti e una di dietro, L’odore fragrante della pasticceria mi avvolgeva, ma non era facile districarsi nei meandri di stradine e passare tra i carri e le pareti delle case. Bisognava fare svelti per completare le consegne delle paste, bomboloni e cornetti ai bar. Le prime volte mi perdevo in quel labirinto e le paste arrivavano fredde. (pag. 64)”

“La notte cala da est come una coltre, una magica coltre, e viene il tempo degli amanti. Durante il giorno non c’è tempo: o sono fuori città o sono a bottega, comunque a fare affari. Si muovono di notte quegli uomini furtivi, radente i muri. Nell'ombra risuonano passi svelti e nervosi o lenti e appagati: c’è chi va e . . . . . c’è chi torna.. Se tendi le orecchie, nel silenzio delle strade, senti sospiri di saluto, scatti di chiavistelli e cigolio di portoni che si aprono appena. Fessure per far passare la persona attesa. . . . . . (pag. 158).”



Su questa linea è anche la descrizione del traghetto che trasporta i poveri pendolari a Istanbul (pag. 85). A questo punto bisogna osservare che il nostro autore è grande nel non cadere nell’insidiosissimo tranello di una scrittura strappalacrime, che pure per lo scrittore sarebbe comoda e anche facile e per il lettore accattivante. Ma non è nelle corde di Oscar: quando il sentimentale, il serio (il serioso) rischiano di superare il limite, interviene con la sua zampata. Con una sola frase, talvolta addirittura con una sola parola riesce a sdrammatizzare la situazione con quell’ironia, quell’arguzia toscana che conosciamo grazie ai grandi comici di quella regione, …

Armonia e ironia toscana a piene mani, è inevitabile, ma il romanzo è anche estremamente colto e raffinato, come e forse più di tutti gli altri lavori del nostro autore. … Passiamo così dagli argomenti più seri e complessi, come la storia (per esempio la persecuzione degli armeni a fine ‘800), la religione (il sufismo), l’arte (le uova di Fabergè), la geografia (il canale Volga-Don) a quelli più leggeri, come la musica leggera (Gaber e Guccini), la gastronomia, cui, naturalmente, presta il destro Pino Lisi, Pinot, il suo straordinario cuoco di bordo, cuoco e non solo. …

Come ci ha abituato, Oscar, anche in “EIKONEƩ”, accompagna le varie fasi della vicenda con degli intensi leit motiv. Ne “L’oro degli aranci”, per esempio, sono la spirale e il falco, un elemento geometrico e un rapace, entrambi molto inquietanti, tanto è vero che sono simbolo e causa di eventi infausti. Qui, in “EIKONEƩ”, i ritornelli sono il labirinto e i gabbiani. Anche qui compaiono un elemento che possiamo definire geometrico e dei volatili. Come la spirale e forse più della spirale, il labirinto è qualcosa di inquietante, qualcosa in cui ci si perde fisicamente, ma ancora di più mentalmente. Del labirinto, una volta che ci si è entrati, è difficilissimo se non addirittura impossibile, individuare la struttura, le regole, in una parola, la via d’uscita. …  Appena invischiato in questa indagine, Corto ha la sensazione di essersi cacciato in un labirinto: certo in ogni inchiesta ha vissuto momenti difficili, ma questa volta lo vediamo più preoccupato, più angosciato di sempre: si sente sperduto, non sa in che direzione muoversi, non vede via d’uscita. Molto belle le riflessioni che il nostro autore dedica al labirinto: una per tutte “Giri, giri e non trovi più l’uscita . . . . . incontri gente che non sai chi siano, anche loro persi nei meandri . . . . . poi li perdi, li ricordi per un po’, ma non li ritrovi più”(pag. 158).
Carmen Claps (1-segue)