
Il gufo giallo
recensioni di romanzi gialli
recensioni di romanzi gialli
Giudizio n. 95
Buchi nella sabbia
Marco Malvaldi
Sellerio
Gran piatto di ribollita
alla toscana
Per spiegare il titolo della recensione devo prima
darvi la ricetta della Ribollita Letteraria
Toscana (RLT).
La RLT è una tipica zuppa di luoghi comuni a base di
aneddoti su personaggi strampalati.
Derivante dalla tradizione orale, sviluppatasi "a veglia" davanti al focolare,
la RLT va sempre bene per riciclare storie viete o
risapute.
La composizione di detta Ribollita cambia a seconda
del luogo e dell'anno in cui si svolge la storia. Sono infatti questi due
fattori a determinare i luoghi comuni da bollire e i personaggi bolliti da ribollire.
Importanti anche, se si trovano, emeroteche di quotidiani locali dell'epoca. Poi c'è l'autore; più è pieno di sé e più può esagerare con sapidi condimenti. Malvaldi è cuoco che
esagera sempre coi condimenti. Neanche nella cucina nepalese s'arriva a tanto!
Chiamasi
"ribollita" per la necessità di cuocerla a lungo e di “bollirla nuovamente”
più e più volte. La tradizione vuole che la si prepari quando l'autore è a
corto d'idee originali, mettendo insieme tutti gli scarti di precedenti tentativi di pubblicazione. Si prendono anche
ritagli di vecchi quotidiani e memorie dei vecchietti del paese o del
quartiere. Si fa
cuocere tutto insieme a battutacce da
bettola o da pallaio e non deve mancare qualche bestemmia di quelle doc. Danno
sapore.
Non esiste una sola ricetta ogni situazione della Toscana ha le sue
varianti, ma la regola fondamentale è una sola: per chiamarsi ribollita deve
contenere sesso e personaggi bolliti, ci vorrebbe almeno un prete puttaniere (qui manca e si nota!), qualche
personaggio storico discusso e un paio di troie. Non deve mancare, per far
prendere sapore, un morto ammazzato, meglio due. Siccome però, qui sta il dilemma (direbbe Amleto), nella ribollita doc non si mette la zucca lardaia (pasta gialla), i morti ammazzati non vanno trattati come in un giallo, ma come eccipienti (quanto basta), riempitivo insomma. malvaldi lo fa senza rispetto alcuno!
Marco Malvaldi, esperto di caciucco alla "quasi" livornese (troppi vecchietti scorfani pescati nell'immaginaria Marina!) è pure (quando affronta la storia, quella con la "s" minuscola) cordon bleu di Ribollita. Ha un pregio
che diventa un difetto quando è riferito a lui. E' un grande affabulatore, un
novelliere da veglia accanto al fuoco, di quelli che ti terrebbero lì fino a
notte fonda. E' bravo, ma ci si bea, e allora esagera e sciupa parecchie cose
buone. Ad esempio, a proposito del protagonista Ernesto Ragazzoni.
L'unica cosa che Ernesto aveva davvero era la lunga barba. Ma non era così laido, alternativo e irriverente come viene descritto con gusto sadico nel romanzo. Perché farne una caricatura? Divenne, pur sempre, corrispondente estero de La Stampa e pubblicò diversi libri di spessore.
Detto questo, che dire della storia che ha imbastito su questa
rappresentazione della Tosca, l'opera di Puccini?
All'inizio ci si diverte, poi si passa avanti
magnanimi, poi ancora si tollera con qualche storcimento di naso, alla fine ci s'incazza.
"Il gioco è bello quando dura poco, soprattutto
davanti al foco!", diceva mio nonno, anche lui gran narratore di storie
gotiche dei boschi del Chianti, quando protestavo perché voleva mandarmi a letto.
L'aggiunta era per far capire che non si poteva aggiungere altra legna. Uno spreco
inutile.
Malvaldi invece spreca se stesso e la pazienza di chi legge.
Resta una prosa agile e conseguente, col ritmo giusto per preparare e scodellare
la battuta. Anche se presto scopri di avere nella scodella solo della ribollita,
la mangi e speri che la prossima volta sia più sintetico e stringato.
P.S. Il finale (l'esito o la soluzione del mistero) è indecoroso. Neanche in un romanzetto d'appendice pubblicato a puntate nel giornalino della parrocchia il sacrestano scrittore avrebbe osato tanto. Il fatto è che arrivati alla fine "ce ne po' frega' de meno!". Non si lecca mai la scodella, con la ribollita poi: gli avanzi hanno fatto colla!
P.S. II. Poteva dirlo l'autore d'aver tratto spunto dal film di Gina Lollobrigida sulla vita di Lina Cavaleri: La donna più bella del mondo"! Il silenzio è ammissione di colpa.
Voto ***1/2/5
L'unica cosa che Ernesto aveva davvero era la lunga barba. Ma non era così laido, alternativo e irriverente come viene descritto con gusto sadico nel romanzo. Perché farne una caricatura? Divenne, pur sempre, corrispondente estero de La Stampa e pubblicò diversi libri di spessore.
Detto questo, che dire della storia che ha imbastito su questa rappresentazione della Tosca, l'opera di Puccini?
P.S. Il finale (l'esito o la soluzione del mistero) è indecoroso. Neanche in un romanzetto d'appendice pubblicato a puntate nel giornalino della parrocchia il sacrestano scrittore avrebbe osato tanto. Il fatto è che arrivati alla fine "ce ne po' frega' de meno!". Non si lecca mai la scodella, con la ribollita poi: gli avanzi hanno fatto colla!
P.S. II. Poteva dirlo l'autore d'aver tratto spunto dal film di Gina Lollobrigida sulla vita di Lina Cavaleri: La donna più bella del mondo"! Il silenzio è ammissione di colpa.


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